La rivalità fra gli atenei di Bologna e Padova dura da quasi 800 anni: fu nel 1222, infatti, che un gruppo di studenti scissionisti abbandonò Bologna per installarsi a Padova. Da allora, l’amichevole competizione rimane sempre viva: quest’anno la guida alle università Censis-Repubblica dà al primo posto Bologna e al secondo Padova. Peccato, l’anno prossimo cercheremo di fare meglio (io insegno a Padova, per chi non l’avesse capito).

Nonostante il riconoscimento, vorrei avanzare qualche perplessità di metodo sulla possibilità di valutare con un singolo numero sistemi complessi che possono essere esaminati da vari punti di vista. Sarebbe un’operazione dubbia già per le automobili: quanto è importante il prezzo rispetto alla velocità? E’ più importante il comfort interno o le air bag? Mi serve per girare in città o per andare fino a capo Nord? Tanto più è difficile da giustificare sul piano scientifico una graduatoria delle università, tra le quali convivono realtà con una storia millenaria con atenei settoriali (i politecnici) e con università improvvisate, sorte in tempi recenti per motivi localistici.

Per esempio, ci sarebbero parecchie obiezioni da muovere alla classifica del Sole 24 Ore (lunedì 16 luglio, pp. 8-9) che utilizza dieci parametri per valutare gli atenei e assegna un punteggio globale a ciascuno di essi (il massimo ottenibile è 1.000). Per esempio, il primo criterio indicato sono i “talenti”, cioè la percentuale di immatricolati con un voto di maturità superiore a 90: si va dal 33,8% dell’università della Calabria al 12,5% di Milano Bicocca. Il problema, in questo caso, sta nell’inflazione di voti alti alla maturità nelle scuole del Sud, resa palese dal fatto che nella graduatoria ci sono 4 università meridionali nei primi 5 posti, 10 nei primi 15. Questa disparità nelle condizioni esterne all’università si traduce in un elemento di valutazione dell’ateneo del tutto arbitrario.

Il secondo criterio usato dal quotidiano è la “attrattività”, espressa come percentuale degli studenti stranieri, o provenienti da fuori regione, rispetto al totale degli immatricolati. In questo caso troviamo, dopo Ferrara, L’Aquila e Chieti-Pescara. Forse sarebbe il caso di chiedersi se due università che hanno un “bacino d’utenza” regionale di 1,3 milioni di abitanti non debbano necessariamente avere più iscritti da fuori regione di quanti ne abbiano università con sede in regioni come la Lombardia (quasi 10 milioni di abitanti) o il Lazio (5,7 milioni). Non a caso, la percentuale di studenti extra regione dell’Aquila, il 60%, è quasi doppia di quella di Milano Bicocca (33%) ed esattamente due volte quella di Roma La Sapienza (30%). Certo, un buon ateneo può anche attirare studenti che vengono da lontano, ma sulla scelta degli studenti incidono una varietà di fattori, tra cui il costo della vita o la percepita “facilità” dei corsi (storicamente, andare a laurearsi a Camerino era una scelta di chi pensava di non farcela altrove).

Un altro indicatore che dovrebbe distinguere gli atenei “virtuosi” dagli altri è quello dei tempi per ottenere la laurea: se nei politecnici di Milano e Torino il 52% degli studenti termina gli studi senza andare fuori corso, a Salerno è solo il 9% e tutti gli ultimi 20 posti in questa particolare classifica sono occupati da atenei meridionali , con l’aggiunta di Urbino.

Questo criterio può dare un’idea se la didattica di un ateneo sia organizzata in modo efficiente o no, se l’orientamento e i tutor funzionino, se l’università sorvegli costantemente il percorso degli studenti. Tuttavia, in questo caso si mettono a confronto realtà strutturalmente diverse: il Politecnico di Torino ha quattro facoltà di ingegneria e una di architettura, lo Iuav di Venezia ha solo corsi di architettura, urbanistica e design. Sono quindi realtà di dimensioni medio-piccole, difficilmente comparabili con quelle dei grandi atenei “generalisti” come Roma La Sapienza, Padova o Bologna. E’ anzi sorprendente che Padova, con il 48,7% di studenti che si laureano nei tempi previsti sia vicinissima al vertice della classifica (Politecnico di Milano, 52,6%).

Infine, il tasso di occupazione dei laureati a tre anni dalla laurea è, da un lato, dipendente da fattori esterni all’università (la disoccupazione a Foggia o a Reggio Calabria non è paragonabile alla disoccupazione a Milano o a Torino); dall’altro, l’inserimento nel lavoro dipende fortemente dalle facoltà: medici e ingegneri hanno una “impiegabilità” assai più immediata dei laureati in Lettere, quindi comparare i politecnici con gli altri atenei ha poco senso.

Per concludere: le classifiche, tutte, possono essere un esercizio estivo comprensibile come divertissement ma non possono servire in alcun modo a distinguere i “buoni” dai “cattivi” atenei e questo vale sia quando Padova compare in testa alla classifica sia quando viene collocata al 21° posto.