I giovani italiani restano a casa dei genitori più a lungo dei propri coetanei stranieri. In molti mettono in evidenza le spiegazioni antropologiche di questo fenomeno, dando la colpa ai figli “bamboccioni” o ai genitori “iper-protettivi”, ma non si tratta solo di un problema culturale. Pesano le carenze del nostro welfare, incapace di sostenere i giovani in un momento di forte incertezza. E numerose indagini mostrano che sono sempre più i giovani che auspicano di essere autonomi, ma che hanno problemi a trovare un lavoro o una casa.

di Alessandro Rosina* (lavoce.info)

Quello della lunga permanenza dei giovani italiani nella casa dei genitori è un tema ben noto e molto dibattuto, dentro e fuori i confini nazionali. Ben documentato a partire dai dati delle indagini Iard iniziate negli anni Ottanta e successivamente dalle indagini multiscopo Istat, nonché da ricerche scientifiche ad hoc. Si è molto insistito sulle cause culturali alla base di questo fenomeno. La grande propensione all’aiuto dei genitori, maggiore rispetto agli altri paesi, è considerato uno dei fattori principali e su questo aspetto si è soffermato da ultimo anche Nicola Persico nel suo recente articolo su lavoce. Ma l’aspetto culturale è solo una delle due facce della medaglia. Dato che su questo tema c’è sempre il rischio di consolidare luoghi comuni e fornire letture parziali che possono fornire alibi alle carenze dell’azione pubblica, può essere utile precisare alcuni punti e aggiungere ulteriori elementi di riflessione.

Due papà a confronto 

Un’ampia e consolidata letteratura ha messo in evidenza l‘esistenza di importanti differenze antropologiche, storicamente radicate, nel modo di essere famiglia e di intendere i legami di sangue all’interno della stessa Europa (1). In particolare i paesi mediterranei, Italia compresa, si distinguono per la presenza di un più intenso e duraturo rapporto tra genitori e figli. I primi tendono ad investire molto sui secondi, sia in termini materiali che affettivi, trasmettendo con forza il valore della solidarietà familiare.

Oltre le Alpi, e in particolare nel Nord Europa, viene invece posta meno enfasi alla prossimità affettiva. È invece data più importanza al valore dell’indipendenza, ovvero dell’imparare presto a camminare con le proprie gambe. Per questo i giovani tendono ad uscire prima dalla casa dei genitori, impegnandosi a maturare un grande spirito di adattamento, ma è ben vero che godono anche di solide e adeguate politiche pubbliche di incoraggiamento e mantenimento della propria autonomia. In Italia invece, come ben noto, protezione e promozione sociale arrivano quasi esclusivamente dalla famiglia di origine (2). Più si deteriorano gli spazi e le opportunità per le nuove generazioni, più tale aiuto fa la differenza, con l’esito che successi e insuccessi risultano meno legati alle capacità dei singoli e più commisurati alle capacità dei genitori.

Non è solo un problema culturale 

Tuttavia oltre ai fattori culturali pesano anche le carenze del welfare, in combinazione con le criticità sia nel mercato del lavoro che in quello delle abitazioni. Queste problematiche hanno in questi anni un ruolo crescente nel frenare l’autonomia dei giovani, tanto che ormai sono disponibili numerosi dati a documentarlo.
L’Indagine Multiscopo Istat ci offre un primo dato allarmante: alla domanda sui motivi della prolungata permanenza nella famiglia di origine, tra il 2003 e il 2009, la frequenza di chi rispondeva «sto bene così, conservo la mia libertà» è scesa dal 40,6 al 31,4 per cento, mentre chi indicava difficoltà economiche è aumentato dal 34 al 40,2 per cento (3).
Un secondo dato riguarda il sorpasso del Sud rispetto al Nord sui tempi di uscita dalla famiglia di origine. Tradizionalmente erano soprattutto i giovani delle regioni centro-settentrionali a vivere a lungo con i genitori e sui loro motivi di permanenza dominavano i fattori culturali (4). Negli ultimi quindici anni è invece cresciuto sensibilmente il peso delle difficoltà legate alla carenza di un lavoro stabile e soprattutto di un reddito adeguato e continuativo per riuscire a mantenersi. Sebbene le difficoltà siano generalizzate su tutto il territorio italiano, queste hanno maggiore incidenza nel meridione, tanto che oggi nella fascia d’età 25-34 anni la percentuale di persone che vivono con i genitori risulta inferiore al 40 per cento in quasi tutte le regioni del Nord mentre è salita oltre il 50 per cento in quasi tutte quelle del Sud. Inoltre si può osservare che se a fine XX secolo la geografia della disoccupazione giovanile non coincideva con quella della permanenza nella casa dei genitori, negli ultimi anni la relazione tra i due fenomeni è diventata sempre più stretta (5).
Il terzo dato relativo al peggioramento delle condizioni economiche dei giovani che restano a vivere con la famiglia d’origine è quello relativo al processo decisionale e alla sua effettiva realizzazione. Secondo l’indagine Istat “Famiglia e soggetti sociali”, nel 2003 le persone di età compresa tra i 18 e i 39 anni che vivevano ancora con i genitori erano 8 milioni e 300 mila persone. A tre anni di distanza (quindi ancora in fase pre-crisi) solo uno su cinque era riuscito a lasciare la famiglia di origine. Tra chi aveva detto che con certezza sarebbe uscito, solo il 53 per cento è riuscito a farlo (6). Dati che suggeriscono come in gran parte dei giovani vi sia desiderio di diventare autonomi e costruire una propria vita: auspicano e progettano l’uscita, ma poi di fatto si trovano a procrastinare continuamente.

Niente alibi, serve il welfare 

Prima allora di costruirci comodi alibi su una società che non cambia per colpa di fattori culturali, diamo risposta alla reale esigenza di molti giovani italiani, che hanno già la valigia pronta per uscire ma che si trovano risospinti indietro.
Invitiamo pure i genitori a cacciarli fuori di casa il prima possibile, ma offrendo nel contempo un sistema in linea con le opportunità e gli strumenti di welfare attivo mediamente presenti nel resto d’Europa. Altrimenti se ne andranno sì, ma oltre confine, dove l’autonomia e l’intraprendenza dei giovani non sono solo un valore ma condizioni concretamente realizzabili, favorite da attente, solide e monitorate politiche pubbliche (7).

(1) G. Dalla Zuanna, G.A.Micheli (eds), Strong family and low fertility: a paradox?, Kluwer Academic Press, Dordrecht, 2004.
(2)
 M. Livi Bacci, Avanti giovani, alla riscossa. Come uscire dalla crisi giovanile in Italia, il Mulino, 2008.
(3)
 Istat, Indagine multiscopo Aspetti della vita quotidiana, anni vari.
(4)
 Barbagli M., Castiglioni M., Dalla Zuanna G., Fare famiglia in Italia. Un secolo di cambiamenti, il Mulino, Bologna, 2003.
(5)
 A. Rosina, “I giovani e la famiglia”, in E. Ruspini, Studiare la famiglia che cambia, Carocci, Roma, 2011.
(6)
 Istat, Difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e criticità nei percorsi di vita femminili, 2009.
(7)
 Una discussione sulle politiche si trova su: A. Rosina, Voltolina E. (2011), “Politiche a favore dell’indipendenza intraprendente delle nuove generazioni”, in C. Dell’Aringa, T. Treu (a cura di), Giovani senza futuro? Proposte per una nuova politica, Arel, Il Mulino, Bologna.

*Professore Associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano, dove insegna Demografia e Modelli di Population Dynamics; afferisce all’Istituto di Studi su Popolazione e Territorio. Ha ottenuto il Dottorato in Demografia studiando a Padova e a Southampton. Nel biennio 2000-2001 è stato ricercatore Istat. È caporedattore della rivista Popolazione e Storia, e fa parte del consiglio scientifico del Gruppo di Coodinamento per la Demografia della Società Italiana di Statistica (SIS). Ha al suo attivo molte pubblicazioni su volumi e riviste nazionali ed internazionali su temi riguardanti l’entrata nella vita adulta, la formazione della famiglia, le differenze di genere e la paternità.