Bob Dylan, foto La PresseC’è stato un tempo in cui il giovane Robert Zimmerman, ribattezzatosi Bob Dylan in onore del poeta Dylan Thomas, cresciuto nella tradizione folk e popolare degli anni Cinquanta e ispirato al menestrello-icona Woody Guthrie è stato un punto di riferimento, un simbolo di speranza, di lotta e di salvezza. Per i meno abbienti e sfortunati, per gli sfiduciati e i poveri di spirito.

Forse è per questo che a quei tempi, la casa di Bob Dylan diventa meta di pellegrinaggio degli attivisti americani, quelli in lotta perenne, pronti a scattare sull’attenti quando c’è qualcosa contro cui manifestare. E lo è anche quando c’è da protestare contro Dylan stesso, vuoi perché le sue canzoni non si interessano più alla politica, vuoi perché ha smesso di finanziare il Movimento di Liberazione, preferendo sovvenzionare la Lega di Difesa Ebraica.

C’è stato un tempo – agli inizi degli anni Settanta – in cui il nuovo menestrello d’America si è creato molti nemici, finendo per essere perfino perseguitato. Principalmente da un critico musicale e autore di rock, un certo Weberman che si definisce “dylanogista” e che all’epoca tiene lezioni alla Alternate University proprio sull’argomento. Ma è cosa risaputa che per affrontare la via della celebrità, Weberman sceglie la strada della persecuzione vera e propria del poeta-cantante. È lui che spaccia notizie false su Dylan, millantando che avrebbe acquistato migliaia di dollari in azioni di una fabbrica che produce armi; di aver investito 250.000 dollari in un palazzo di uffici a Broadway, di essere diventato eroinomane. Weberman arriva anche a frugare nei bidoni della spazzatura con la speranza di rintracciarvi prove o “documenti” che dimostrino la sua corruzione borghese. Documenti che Weberman ritiene di poter riconoscere per esempio con il conto del veterinario per il cane Sasha, gli ordini postali di cosmetici per la moglie Sarah Lownds, qualche lettera di parenti beneficiati, alcune riviste rock, tra le quali qualcuna che contiene un articolo al vetriolo proprio nei confronti del critico musicale.

Bob Dylan, dopo un periodo di celebrità, si ritrova a essere contestato dalle stesse minoranze che poco prima l’acclamavano. Ma lui è sempre stato dotato di forte autocontrollo, perché, dice, “non mi importa del denaro e simili, ho subito abbastanza trasformazioni per sapere cosa è reale per me e cosa non lo è”. E ancora: “È curioso sapere che c’è gente che non conoscendoti crede di conoscerti. Voglio dire, credono di sapere qualcosa di noi…”.

Verso la fine degli anni Settanta, Dylan si reinventa: dopo un periodo negativo causato dalla crisi delle vendite e dalle critiche che gli piovono come grandine, sostiene che Gesù gli è apparso nella stanza di un motel. È una visione, quella, che lo convince a entrare nel movimento evangelico, in quel momento in forte ascesa. Certo, una strana compagnia per un tipo ribelle – almeno fino ad allora – ma tant’è, ne esce un disco intitolato “Slow Train Coming” del 1979 e grazie al sostegno impetuoso degli evangelici diventa un successo, anche se le due successive produzioni si rivelano un fiasco. Compreso “Infidels” del 1983 prodotto con il contributo di Mark Knopfler leader dei Dire Straits, anch’egli impegnato all’epoca ad alimentare la sua dipendenza da Gesù.

Da allora, le sue fortune commerciali e critiche sono state altalenanti. Non smette, nonostante i ritiri annunciati, di andare in tournée, a volte sconcertando il pubblico che ancora l’adora, con esibizioni apatiche o bizzarre. Come quella tenuta a Roma nel novembre 2011 insieme con Mark Knopfler. Il costo del biglietto, tutt’altro che accessibile, non vale l’esibizione: Bob più che un leone adesso ricorda un felino ammansito e, piuttosto che ruggire, miagola. Senza la chitarra del grande Knopfler sarebbe stato ancora peggio. Certo è difficile rinunciare all’adrenalina di un pubblico in visibilio, ma anche e soprattutto, agli incassi che ne derivano.

Oggi, su Facebook – il social network da pochi mesi quotato in Borsa – Bob Dylan annuncia il nuovo, ennesimo album, che verrà pubblicato il prossimo 11 settembre con il titolo “Tempest”, che includerà dieci brani e sarà in vendita in concomitanza con il cinquantesimo anniversario di attività discografica del poeta-cantante. Un tempo portavoce della coscienza di una generazione, certamente ha lasciato il segno nello scrivere canzoni rock degne di tale nome ed è impossibile immaginare gli anni Sessanta senza di lui; tuttavia a 71 anni il culto di Bob Dylan risulta oramai invecchiato. Per le nuove generazioni è persino difficile percepirne l’importanza. Non che si voglia fare il “rottamatore delle rockstar”, ma fino a quando la nostalgia blocca la nostra capacità di guardare avanti, la cultura non può progredire. E forse anche per lui, dopo le conversioni e i ripensamenti, è giunto il momento di mollare.

(Foto La Presse)