Scusate se parlo di me, ma credo di dover fare questa premessa, prima di raccontarvi quanto sta accadendo in questi giorni di caldo torrido nella valle del Giordano, nei Territori occupati, dove ai palestinesi viene negato di usufruire della rete idrica per dissetare se stessi, il bestiame, lavarsi e irrigare i campi.

Secondo la legge ebraica io non sono ebrea, pur essendolo stata la mia bisnonna paterna. Si è ebrei infatti esclusivamente da parte di madre. Denunciare i soprusi dei governi israeliani nei confronti dei palestinesi dunque, mi ha sempre esposta e mi espone alle peggiori accuse di antisemitismo. Solo gli ebrei, semmai, possono criticare la propria classe politica senza sentirsi dare degli antisemiti. Lascio pertanto parlare alcuni miei conoscenti ebrei-israeliani che ogni giorno della loro vita, pur potendo fare altro, tra cui guadagnare molti soldi, rinunciano agli affari e all’encomio da parte delle associazioni di destra israelo-americane, che guidano oggi Israele, per difendere gratuitamente i diritti violati dei palestinesi.

Iftah Cohen e Omer Shatz li metto i cima alla lista: sono due giovani avvocati di Tel Aviv che avevo intervistato due anni fa presso il tribunale penale di Gerusalemme Est. Si erano presi lo scomodo compito di difendere alcuni ragazzi palestinesi che erano stati sbattuti in galera per aver reagito all’attacco di un colono ebreo contro un loro amico, Ahmed, un taxista palestinese di Silwan, il quartiere di Gerusalemme Est vicino alla città vecchia.

Il colono aveva sparato nelle gambe di Ahmed con un M16 solo perché quest’ ultimo aveva osato reagire agli insulti che stava sputando sui suoi bambini, colpevoli di giocare per strada ad alta voce. Ahmed era a mani nude: lo testimonia una foto scattata con il cellulare da un passante indignato. Il colono finì in carcere per 24 ore, i ragazzi palestinesi che avevano cercato di fermarlo, tirandogli delle pietre, invece sono rimasti dietro le sbarre per mesi. Ma alla fine Iftah Cohen e Omer Shatz sono riusciti a farli scarcerare.

Lo scrivo anche se entrambi non vorrebbero: molto spesso evitano di farsi pagare le parcelle: “Sono poveri e vivono sotto un’orrbile occupazione da 40 anni per causa nostra”, mi hanno spiegato i due avvocati. Da anni questi trentenni colti e giusti difendono anche i sudanesi ed eritrei, in fuga dalla guerra, dalla povertà e dalla dittatura, contro il tentativo dell’esecutivo Netanyahu “di riportare questi clandestini in gran parte di religione musulmana nei loro Paesi di origine perché devono capire che Israele appartiene all’uomo bianco”, ha detto il mese scorso il ministro degli interni israeliano, l’ultraortodosso Eli Yishai, commentando l’ennesima aggressione, a suon di molotov, da parte di ebrei israeliani contro gli immigrati, a Tel Aviv e Gerusalemme.

“Avi fa il coordinatore delle ispezioni per conto dell’amministrazione civile, cioè dell’organizzazione che gestisce l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Presumibilmente ama il suo lavoro. Non si disturba a precisare il suo cognome sul modulo che firma. E perché mai dovrebbe? La sua firma è sufficiente a rendere operativi i suoi ordini. E quelli di Avi sono tra i più brutali e disumani mai imposti da queste parti”, scrive questa settimana sul periodico italiano Internazionale, il giornalista ebreo- israeliano Gideon Levy, una delle firme più importanti del quotidiano di Tel Aviv, Haaretz. Un intellettuale e una grande persona di cui mi onoro di essere amica.

Ma per tornare sulle strade brulle e infuocate della Palestina, dove gli effetti dell’occupazione sono pane quotidiano, immaginatevi Avi che confisca i serbatoi d’acqua che servono centinaia di famiglie palestinesi e beduine che abitano nella valle del Giordano, una delle più torride del pianeta. E sapete qual è il pretesto addotto per compiere questa orribile ingiustizia? “Vi è motivo di sospettare che costoro si siano serviti degli articoli citati – si legge nel modulo di Avi – per commettere un reato”. Sospettare significa presumere, senza avere prove certe. Ma tanto basta ai capi di Avi per decidere che il sospetto di “furto d’acqua dalle condutture”, da parte dei palestinesi assetati, sia da punire con il taglio dell’alimentazione idrica. “Tutto questo senza indagini e senza processo”, sottolinea Levy. Che aggiunge: “Pochi giorni fa l’esercito israeliano ha deciso di tenere delle esercitazioni proprio qui. E per far questo ha sfrattato gli abitanti dalle loro case per giorni. Ovviamente solo gli abitanti palestinesi e beduini. Non è venuto in mente a nessuno però di sfrattare i coloni ebrei che abitano negli insediamenti di Maskiot, Beka’ot o Ro’i…Le autorità israeliane non chiamano apartheid neanche questo”, sottolinea il giornalista di Haaretz, che mi ha più volte consigliata per i miei reportage.

E sapete dove portano questa gente quando viene sfrattata per consentire le esercitazioni dell’Idf? Da nessuna parte: si devono arrangiare. E così circa 400 persone, tra le quali Amjad Zahawa, un bimbo di 2 anni, hanno dormito per strada. Ma tanto in questo periodo non piove: non ci si bagna, ma nemmeno si beve. E poi il Nouvel Observateur di questa settimana dedica, giustamente, un’inchiesta sul “clima malsano in cui vivono gli ebrei di Francia dove si registra da mesi un aumento delle aggressioni verbali e fisiche nei loro confronti”. Condanno fermamente questi gesti intollerabili contro gli ebrei, non solo francesi, ma non mi stupisco che siano in crescita.