La notizia non mi pare abbia suscitato adeguato scalpore, eppure è una di quelle che smascherano certe bugie anestetiche che ci vengono rifilate per tenerci buoni, mentre la caduta libera della nostra economia cancella speranze e posti di lavoro: “l’arrivano i nostri” dell’hi-tech, con cui torneremo a occupare una posizione di prima fila tra le potenze mondiali. Naturalmente un “arrivo” finanziato dallo Stato. Squilli di tromba che – al dunque – si rivelano irridenti marameo rivolti ai creduloni.

Ecco i fatti: il 20 maggio scorso vengono assegnati a Ericsson Italia 41,9 milioni di fondi pubblici, di cui 14,9 a fondo perduto. Cui se ne aggiungono 11 di Regione Liguria, visto che il finanziamento prevede lo spostamento di sede della multinazionale sulla genovese collina di Erzelli; dove dovrebbe sorgere una tecnocity sulla falsariga dei grandi centri europei per l’innovazione (incubatori di imprese ad alta tecnologia e creatori di buona occupazione). Progetto in fase di stallo da anni; da quando il suo primo progettista – Renzo Piano – ritirò la propria firma, in quanto snaturato dai suoi obiettivi iniziali e finito in mano alle banche. Ma la retorica dei radiosi futuri in gestazione sulla collina vista mare continua imperterrita, anche perché consente al Governatore della Regione – Claudio Burlando – di atteggiarsi a demiurgo del nuovo modello di sviluppo.

Fulmine a ciel sereno, qualche giorno fa Ericsson annuncia tagli al personale italiano per 374 lavoratori, di cui 94 a Genova: praticamente il reparto ricerca & sviluppo.
Risulta chiaro che i soldi pubblici ricevuti non serviranno a finanziare mirabolanti progetti scientifici quanto un’operazione immobiliare: il trasloco dall’attuale sede genovese, che potrà essere utilmente dirottata ad altre, più lucrose, destinazioni d’uso. Il tutto a spese del contribuente.

Ora gli amministratori locali fanno la boccuccia imbronciata. Eppure risposero niet quando i sindacati chiedevano l’inserimento nell’accordo di una prudenziale clausola per la salvaguardia dei posti di lavoro. Ma a tali amministratori questo non interessa: ciò che conta è tagliare nastri inaugurali e fare i fenomeni nei convegni, ad uso e consumo di chi se la beve.
Ancora una volta si pone il problema del perché il pubblico denaro dovrebbe finanziare iniziative nelle nuove tecnologie; e quali criteri valutativi dovrebbero tenere sotto controllo tali scelte: sfinire l’inclita e il volgo con effetti speciali o favorire il riposizionamento di un sistema produttivo al lumicino?

A prescindere dalla buona o cattiva fede, questi gestori del pubblico denaro fanno la figura degli ingenui nativi a cui i colonizzatori olandesi comprarono l’isola di Manhattan per un pugno di perline. Il problema è che tali signori asserragliati nei Palazzi della politica giocano sulla nostra pelle, mentre i generosamente finanziati se la ridono (e magari ricambiano il favore a chi di dovere).