I finanziamenti alle università saranno assegnati sempre più sulla base degli esercizi di valutazione. Che però continuano a considerare gli atenei nel loro complesso e non riescono dunque a raggiungere gli obiettivi di una allocazione efficiente delle risorse e dell’incremento di produttività. La soluzione passa inevitabilmente attraverso la valutazione individuale dei docenti, in modo da legare una parte della retribuzione al merito. Solo così si possono disincentivare i comportamenti opportunistici di chi antepone l’utilità personale a quella pubblica e premiare i migliori.

di Giovanni Abramo* e Ciriaco Andrea D’Angelo** (lavoce.info), 14 Luglio 2012

Il secondo esercizio nazionale di valutazione della ricerca (Vqr), attualmente in corso, ha stimolato un acceso dibattito, focalizzato, per lo più, sulla bontà dei criteri adottati e sull’opportunità di rendere pubblici i risultati a livello individuale. Appare invece scarsa l’attenzione sulla reale efficacia dello strumento rispetto agli obiettivi perseguiti: l’allocazione efficiente delle risorse e l’incremento di produttività della ricerca pubblica; nonché sulle implicazioni per gli stakeholder di ripartire una quota dei finanziamenti pubblici alle università su base premiale. A partire dal 2009, infatti, una parte del fondo di finanziamento ordinario è distribuita alle università in funzione degli esiti del primo esercizio di valutazione (Vtr); ed è verosimile che la percentuale della quota premiale sarà progressivamente aumentata, anche sulla base di esercizi di valutazione più frequenti.

Dove nascono le differenze
Il sistema universitario pubblico italiano si è sviluppato sulla base del principio di non discriminazione, per cui a tutti gli studenti deve essere garantita, per quanto possibile, la fruizione di un’istruzione dello stesso livello qualitativo, qualunque siano censo e localizzazione territoriale. A tal fine gli accademici vengono selezionati sulla base di concorsi pubblici e le risorse allocate equamente (almeno sino al 2008) alle università in funzione di dimensioni e bisogni.
In questo contesto, le capacità di ricerca e gestionali dovrebbero essersi distribuite in maniera omogenea, per cui una qualunque valutazione nazionale della ricerca dovrebbe dare esiti di sostanziale equilibrio tra le 67 università pubbliche. Laddove piccole differenze emergessero, qualora il principio di cui sopra rimanga valido, si dovrebbero allocare più risorse non alle migliori, bensì alle peggiori, affinché possano recuperare il gap qualitativo. In questo modo, però, si rinuncerebbe a perseguire gli obiettivi di allocazione efficiente e di incremento della produttività. Il problema del policy maker è quindi quello di stimolare il miglioramento e l’allocazione efficiente senza pregiudicare l’equità sociale. Per trovare una possibile soluzione, proviamo a individuare i fattori che possono determinare differenze di performance tra le università italiane.
Un possibile fattore potrebbe riguardare un’allocazione delle risorse da parte del Miur non propriamente equa, per cui alcune università potrebbero essere state penalizzate nel tempo: non sono pochi i rettori che lamentano questo tipo di circostanza. Un altro fattore potrebbe consistere nel vantaggio di localizzazione: università ubicate in aree ad alta intensità di ricerca industriale, beneficiando dell’effetto della prossimità territoriale, potrebbero aver acquisito finanziamenti privati maggiori di altre. Lo stesso dicasi per i finanziamenti a sostegno della ricerca universitaria erogati dalle amministrazioni regionali, non necessariamente distribuiti in egual misura da regione a regione. Da ultimo, una possibile diversa distribuzione delle pratiche clientelari nei concorsi e dei comportamenti opportunistici da parte del personale di ricerca. Si osserva che gli improduttivi nelle scienze dure (coloro che non hanno mai pubblicato nell’arco di cinque anni o non sono stati mai citati) sono il 24,6 per cento e il 77 pe cento del personale di ricerca produce solo il 23 per cento dell’impatto scientifico totale. Inoltre, le differenze di produttività di ricerca tra università sono relativamente molto più basse di quelle che si riscontrano tra il corpo docente all’interno di ciascuna università. (1)

Soluzioni efficaci
Alla luce di tutto ciò, la scelta di allocare parte delle risorse sulla base della performance aggregata di ciascuna università non solo inficia il principio di equità per gli stakeholder (studenti, imprese sul territorio, pazienti dei servizi sanitari erogati dal personale universitario, eccetera), ma risulta anche scarsamente efficace rispetto agli obiettivi che intende perseguire. In termini di allocazione efficiente, il margine di errore della misura degli esercizi di valutazione risulta in molti casi maggiore delle differenze di performance rilevate. (2)
In secondo luogo, le singole università, in assenza di una valutazione individuale di performance, non sono in grado a loro volta di allocare le risorse internamente in funzione del merito, ammesso che “vogliano” farlo (il 77 per cento dei low performer verosimilmente condizionano le politiche degli organi decisionali). In termini d’incremento di produttività, è illusorio auspicare che il premio di maggiori risorse per l’ateneo possa mai rappresentare uno stimolo per gli improduttivi o gli scarsamente produttivi. Paradossalmente, poi, i top performerdegli atenei con bassa performance, potrebbero ricevere meno fondi dei low performer degli atenei con performance più elevata.
La soluzione per perseguire tutti gli obiettivi anzidetti, dato l’attuale contesto, passa inevitabilmente attraverso la tanto temuta valutazione individuale al fine di legare una parte della retribuzione al merito. Solo così si disincentiverebbero i comportamenti opportunistici di chi antepone l’utilità personale a quella pubblica, si potrebbero premiare i top performer, individuare gli improduttivi e affrontare il relativo problema fino a considerare la loro sostituzione con giovani di talento. La non discriminazione territoriale può essere assicurata (come già proposto in un precedente articolo su Lavoce.info) attraverso la creazione di un numero limitato di università pubbliche spin-off, composte dai migliori ricercatori, distribuite uniformemente sul territorio e caratterizzate sulla base delle specificità dello stesso.

(1) Abramo G., Cicero T., D’Angelo C.A., 2012. “The dispersion of research performance within and between universities as a potential indicator of the competitive intensity in higher education systems”. Journal of Informetrics, 6(2), 155–168.
(2) Abramo G., D’Angelo C.A., Caprasecca A., 2009. “Allocative efficiency in public research funding: can bibliometrics help?” Research Policy, 38(1), 206-215.

 * Giovanni Abramo è ingegnere elettronico e ha conseguito un Master of Science in Management all’MIT nel 1990. Ricercatore CNR dal 1984, i suoi interessi speculativi si focalizzano sul trasferimento tecnologico. Dal 1998 svolge la sua attività di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Impresa dell’Università di Roma Tor Vergata, dove ha fondato il Laboratorio di Studi sul Trasferimento Tecnologico e l’Imprenditorialità e insegna Microeconomia e Management Strategico. Appassionato di cooperazione allo sviluppo, negli ultimi anni ha ridotto i suoi interventi all’estero per concentrarsi sul proprio paese.

** Ciriaco Andrea D’Angelo è ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Impresa dell’Università di Roma “Tor Vergata”, nel settore Ingegneria Economico-Gestionale. Ha co-fondato il Laboratorio di Studi sulla Ricerca e il Trasferimento Tecnologico dove svolge attività di ricerca sui temi del marketing industriale, del trasferimento tecnologico e della valutazione della ricerca. È autore di oltre ottanta lavori scientifici di cui cinquanta pubblicati su autorevoli riviste scientifiche internazionali peer reviewed.