Ho provato diverse volte a scrivere qualcosa su Cinecittà. Sulla possibilità che chiuda, diventando un albergo di lusso. Eh si, perché pare che a Roma ci sia un assoluto bisogno di un albergo di lusso, con un parcheggio di seimila posti auto. Indispensabile.

L’argomento è però complesso, è facile cadere nella retorica degli slogan, è facile fare ancora più confusione. E su Cinecittà, adesso, c’è bisogno di chiarezza non di idee confuse dettate dalla rabbia, per giusta e giustificata che sia.

Per questo motivo ho deciso di fare due chiacchiere con Roberto, un elettricista del cinema con cui ho appena finito di lavorare ad un film. Girato a Cinecittà, tra l’altro. Ho pensato che era sicuramente più interessante il punto di vista di qualcuno che in quel posto ci è cresciuto e che dalla chiusura di quel posto si aspetta un mezzo disastro. Abbiamo fatto una bella intervista, chiacchierando per un paio d’ore mentre io lo registravo. Poi stamattina ho sbobinato l’intervista per mettermi a scrivere. Niente. Non è venuto niente. Non si sente nemmeno una parola. Il tecnologicissimo registratore mi ha tradito. Non ho voglia di togliere altre due ore a Roberto, e poi l’intervista era proprio venuta bene, non succede due volte di fila. Però mi ricordo qualcosa.

Dentro le orecchie mi è rimasta la voce di Roberto che mi domanda se ho notato, l’altra volta durante l’ultimo giorno di riprese del film che abbiamo girato insieme, gli occhi della troupe. Per molti di loro, mi dice, quella è stata l’ultima volta a Cinecittà. Le sue parole mi preoccupano, perché se lo è per loro l’ultima volta, certamente lo è pure per me. Io a Cinecittà ci ho girato per la prima volta per il mio primo film, My name is Tanino. Qualcuno forse ricorderà in quel film Tanino che sviene e sogna di volare sul mare del suo paesino, in Sicilia. Ecco, per girare quella scena sono stato appeso per otto ore come un salame nel teatro 15. Un posto enorme, grande come un circo, e con un gigantesco schermo blu alle mie spalle, mentre penzolavo a dieci metri dal suolo. Ricordo che a pausa pranzo quel giorno, mi persi girando per gli stabilimenti, sui set lasciati dalle grandi produzioni americane. Perso e affascinato come un bambino in un parco giochi. Mi ricordo i disegni di Fellini, diventati ormai dei loghi, con le stampe appese ovunque. E poi la mensa dove si mangia a tavola tutti insieme, e dove ci si conosce e si chiacchiera anche tra mestieri che sul set hanno poche occasioni di scambiare due parole. Come è successo con Roberto, che mentre mangia mi racconta di quando ha cominciato a fare questo lavoro seguendo le orme di suo padre, dicendomi subito dopo che adesso ai suoi figli sconsiglia vivamente di seguire le sue.

Cinecittà, mi dice, è un simbolo del cinema nel mondo. Si pensa prima ad Hollywood, poi a Cinecittà. Gli faccio notare che certo non si può tenere aperto uno spazio simile solo perché è un simbolo, ma lui sembra avere qualcosa da ridire anche su questo. Se togli Cinecittà, che è il simbolo della nostra industria cinematografica, tutto il resto viene giù come un castello di carte, questa è la sensazione. Certo, non è in gran forma, il nostro stabilimento ma non è mica morto. Ci si girano dentro film importanti, Roberto mi racconta dell’ultimo film di Ozpetek, interamente ricostruito lì. Ricostruito, esattamente. Perché Cinecittà conserva dentro di se, la particolarissima e preziosa manualità di chi lavora nelle scenografie, un vero vanto dello stabilimento. Un prodotto dop che andrebbe protetto, come adesso a Roma si fa con i cibi, ad Eataly. Le scenografie di Cinecittà come i formaggi, denominazione di origine protetta. Ultimamente però in Italia va più di moda proteggere il cibo biologico che il lavoro di chi quel cibo dovrebbe riuscire a mangiarlo.

Roberto mi faceva notare così che Cinecittà non è solo i teatri. Non soltanto i viali alberati ormai provati dalle radici che ne deformano l’asfalto, Cinecittà è fatta dalle donne e dagli uomini che ci lavorano dentro e che la animano, gente che, come dice Roberto, si incontra nell’unico ufficio di collocamento dello spettacolo che esiste in Italia, ovvero il bar dello stabilimento. Quanti lavori, si prendono lì incontrando semplicemente i capi squadra. Oppure persone come gli uomini del parco lampade, dove gli elettricisti si confrontano e si scambiano opinioni ed esperienze durante un carico di lampade nuove per illuminare un film, di Ozpetek magari. Quindi un film di grande successo, che ci intrattiene tutti e che anche per questo fa diventare Cinecittà un problema che riguarda tutti.

Cinecittà, è quel posto dove si continua a garantire una sorta di formazione per i giovani elettricisti e macchinisti, che sono mestieri che non si posso insegnare, dice Roberto. Bisogna impararli sul campo, perché per fare il cinema ci devi essere portato. Ecco a cosa potrebbe servire tutto quello spazio; con Roberto ci ritroviamo a fantasticare su come sarebbe bello fare di quello stabilimento un centro di formazione professionale per il settore cinema, d’altronde è così che si fa ripartire un’industria. Formando chi ci lavora dentro. Oppure di come sarebbe bello, visto che l’istinto ospitale dei costruttori di alberghi è così forte, addirittura pensare di fare di Cinecittà una residenza per artisti, registi, attori e produttori, che da tutto il mondo potrebbero venire a Roma per scrivere i loro film, produrli e poi girarli dentro i nostri stabilimenti, con le nostre manovalanze e le nostre competenze, uniche al mondo. Ma Roberto mi ferma; è utopia, in questo paese dice si blocca tutto, qualunque tipo di progetto, ma quando si tratta di edilizia e di cemento, i progetti di solito diventano realtà. Lo dimostra il nostro paese, tutto intero, coperto dal cemento dovunque (forse perchè è il sangue che scorre nelle vene delle organizzazioni criminali?), dalle coste fino ai quartieri popolari delle nostre città. Quartieri come il Quadraro a Roma, dove sorge Cinecittà, che è un quartiere riqualificato proprio dalla sua presenza, chissà se un albergo avrebbe lo stesso impatto sul quartiere. Un albergo di lusso, poi.

Con Roberto abbiamo parlato di tante altre cose, che purtroppo sono andate perse. Quello che resta è l’amaro in bocca. Quello lo si registra senza bisogno di alcuna diavoleria tecnologica. Quello resta. Cinecittà sparirà, per fare posto ad un fallimento garantito, un capriccio che le disastrate finanze di questo paese non dovrebbero consentire. Un capriccio che continua a raccontarci una verità diversa rispetto alla storia attuale del nostro paese, che il lusso dei grandi alberghi non sa nemmeno cosa sia. E che sostituirà con posti di lavoro socialmente “innocui” e sempre più Orwelliani, la formazione di giovani lavoratori dello spettacolo. Per carità tutti i mestieri onesti hanno la stessa identica dignità, ma forse l’acqua dei piatti non rispecchia la luna, per disturbare De Andrè.

Anche perchè continuare ad imparare mestieri dove siamo i più bravi al mondo, forse potrebbe essere utile anche da un punto di vista economico. Perché sono mestieri che non creano solo sogni e storie da raccontare, ma che sono un’industria che può fare denaro, che diventa prodotto interno lordo, basta volerlo. Basta smentire ancora una volta con forza chi dice che con la cultura non si mangia. Perché è proprio il contrario; la cultura può essere industria, e può creare benessere, col quale forse tutti noi un giorno potremmo permetterci una vacanza in un albergo. Magari di lusso.