Più che una spending review il provvedimento varato dal Governo la scorsa settimana è una manovra finanziaria. Con alcune sorprese: non ci sarà alcun risparmio nei prossimi tre anni associato ai tagli nella Pubblica Amministrazione perché i risparmi negli stipendi verranno compensati dagli aumenti della spesa previdenziale. Non si poteva allora fare una vera riforma (e spending review) del pubblico impiego?

di Tito Boeri* (lavoce.info), 10 Luglio 2012

Sulla base della relazione tecnica della Ragioneria, è possibile approfondire la valutazione delle “disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati” (come recita il titolo ufficiale del decreto legge sulla spending review).  

Le sorprese nei conti della ragioneria
Come si vede dalla tabella qui sotto, il saldo netto a regime è praticamente zero (27 milioni). Le misure infatti servono integralmente a finanziare la rinuncia ad aumentare le aliquote Iva dal settembre prossimo per un anno e a coprire le spese per la ricostruzione nelle aree terremotate e per gli esodati. Ma ci sono anche altre voci di spesa nel 2013: le immancabili misure per l’autotrasporto, le missioni di pace (1 miliardo nel 2013), il 5 per mille, un indecifrabile fondo esigenze indifferibili (700 milioni). Insomma, si tratta di una vera e propria manovra finanziaria lorda, che movimenta fino a 23 miliardi.

La principale sorpresa rivelata dalla tabella è che non ci sarà alcun risparmio nei prossimi tre anni associato ai tagli alla pianta organica della Pubblica Amministrazione (meno 20 per cento per i dirigenti e meno 10 per cento per il personale non dirigenziale). Al contrario, ci sarà un piccolo incremento (attorno ai 100 milioni) dei costi. Come avevano anticipato qualche giorno fa, i risparmi sugli stipendi pubblici verranno più che compensati dagli oneri aggiuntivi per la spesa pensionistica (e poi ci sarà, una tantum, l’erogazione della liquidazione). Inoltre i tagli lineari alle piante organiche previsti dal provvedimento avranno effetti relativamente modesti sugli effettivi, che sono spesso molto inferiori agli organici soprattutto nelle amministrazioni con un più alto tasso di turnover (quindi maggiormente colpite dal blocco delle assunzioni).

Alcuni interrogativi
Al varo del provvedimento, avevamo posto un quesito all’esecutivo: perché, invece di diluire ulteriormente la riforma previdenziale e fare uscire dalla PA dipendenti sulla base unicamente di criteri anagrafici (che spesso non hanno nulla a che vedere con la produttività e sono contrari a principi meritocratici) non si è fatta una mappatura degli esuberi, premessa di tagli mirati alle amministrazioni con personale in eccesso? La risposta che ci è stata data è che mancava il tempo per un’operazione di questo tipo. E’ una risposta insoddisfacente che non spiega perché si sia perso tutto questo tempo, perché la spending review non sia partita fin dal giorno di insediamento del nuovo Governo. Ma, alla luce dei dati della Relazione tecnica, questa spiegazione è ancora meno convincente. Dato che i provvedimenti non migliorano i conti pubblici nei prossimi tre anni, non si potevano prendere ancora tre mesi e varare, subito dopo la pausa estiva, una vera spending review della PA, magari assieme ad una vera riforma del pubblico impiego? Il Governo ha promesso che avrebbe allargato al pubblico impiego le riforme del mercato del lavoro. Poteva essere l’occasione buona per ridurre il divario di trattamenti fra pubblico e privato, che è stato accentuato dalla riforma Fornero. 

Al di là dei risparmi, un’operazione di questo tipo riuscirebbe a migliorare la qualità dei servizi pubblici, soprattutto nel Mezzogiorno. Ciò di cui c’è bisogno è una serie di piani industriali, settore per settore, amministrazione per amministrazione, che è proprio quello che si intende quando si parla di spending review.

Infine permetteteci un’ultima domanda ai tecnici della Ragioneria: cos’è il “fondo esigenze indifferibili”? E il “fondo contributi pluriennali”? Non sarebbe il caso di essere più trasparenti nella rendicontazione?

Spending Review

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Economia Bocconi, dove ha progettato e diretto il primo corso di laurea interamente in lingua inglese. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it.