Poco più di un mese fa avevo scritto un post nel quale sollevavo domande circa il futuro del Centro Sperimentale di Cinematografia, il cui presidente Alberoni ha il mandato in scadenza. In quell’occasione sostenevo la necessità che la nuova dirigenza fosse scelta con criteri di assoluta e indiscutibile competenza in materia di cinema e di formazione, essendo il Centro un’istituzione deputata alla formazione delle nuove leve di cineasti.

Nel frattempo ne sono successe di cotte e di crude: il decreto sulla spending review è intervenuto con l’accetta sul Centro Sperimentale, così come – fatto forse ancor più grave – sulla Cineteca Nazionale, che fa parte del Centro, e sulla Discoteca di Stato, che da qualche anno era stata ribattezzata Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. La Discoteca è abolita con un tratto di penna, come fosse l’ente per lo studio delle razze asinine (con tutto il rispetto per gli asini e per chi li studia). La Cineteca è invece trasferita di peso alla società Istituto Luce Cinecittà, una srl (con capitale 15.000 euro!) a partecipazione interamente pubblica, ma governata secondo criteri privati, e soprattutto guidata da un ex amministratore di società Mediaset e da due produttori.

Pochi giorni prima era intanto scoppiata la questione Cinecittà: gli studi gloriosi da anni stanno lavorando relativamente poco, e la società che li amministra (Cinecittà Studios) ha predisposto una ristrutturazione pesante, che prevede riordino dei servizi, soprattutto per il supporto alla produzione e per il digitale, e parziale utilizzo dell’area di Cinecittà per costruire strutture ricettive (dagli alberghi ai centri benessere!). Insomma un ridimensionamento sostanzioso del complesso produttivo. Di qui le preoccupate proteste dei lavoratori di Cinecittà, sostenuti da numerose associazioni di categoria e da molti nomi illustri del cinema, e lasciati invece abbastanza in balia di se stessi dal Ministero dei Beni Culturali. Tra le molte manifestazioni di solidarietà giunte in questi giorni, spicca la posizione degli autori di cinema francesi, che commentano l’idea di costruire un centro fitness sottolineando che “dimagrire a spese del patrimonio e della cultura è simbolico: neanche sotto Berlusconi si era osato tanto”.

In tutte queste vicende le questioni scottanti sono molte: alcune toccano aspetti strettamente sindacali (che fine fanno i lavoratori di questo comparto, alcuni dei quali destinati a passare sotto il MiBac, altri ad essere assorbiti da nuove società? come si difendono i livelli occupazionali? ecc. ecc.); altre – forse ancor più decisive per il bene pubblico – riguardano la logica complessiva che sta dietro a queste misure. Di fatto ciò che è in gioco è l’intero patrimonio audiovisivo e sonoro dell’Italia del Ventesimo secolo. E’ immaginabile che un paese civile lo disperda o lo affidi a società poco capitalizzate così alla leggera? Sarebbe come se la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze o l’Archivio Centrale dello Stato di Roma fossero soppressi dalla prossima legge finanziaria, o passassero d’un colpo sotto la cura di una casa editrice. E’ una forma di tutela del patrimonio culturale (compito prescritto dalla Costituzione) quella di cancellare o di smembrare un’istituzione che conserva per legge quel patrimonio, fino a raccogliere il deposito legale? Ed è normale assistere allo smantellamento di un polo produttivo anziché vedere lo stato impegnato in azioni di promozione e valorizzazione? 

Di fatto le misure previste dalla spending review dietro una giustificazione economica lasciano intravedere anche una scelta politica: nell’Italia del 2012, ben plasmata dall’era berlusconiana (la quale cominciò ben prima del famoso discorso della calza che segnò la “discesa in campo” del Cavaliere) ciò che non produce immediato reddito è destinato a morire. Così, il Centro Sperimentale, trasformato in Fondazione nel 1997, sarebbe dovuto fin da allora diventare un centro propulsivo e un luogo di aggregazione di tutte le forze professionali legate al cinema: forze artistiche, forze formative, forze scientifiche. In quest’ottica era stato creato in anni lontani un Comitato Scientifico che era il vero motore delle attività del Centro. L’era Alberoni ha progressivamente isterilito l’attività del Comitato, togliendogli autorevolezza e spazi di movimento, e molte iniziative hanno perso forza. In cambio però si sono moltiplicate le sedi e i lauti compensi dei troppi dirigenti, molti dei quali prendono stipendi da centodieci a centocinquantamila euro l’anno.

Finché la cultura sarà considerata un peso insopportabile – nei luoghi del cinema, ma anche in tanti altri luoghi: dagli archivi, come ha denunciato Giuseppe Galasso pochi giorni fa, all’università, dai musei alle soprintendenze – non ci saranno misure di contenimento efficaci. Saper risparmiare senza saper pensare serve a poco.