Milano e la Lombardia sono inquinate? La colpa “è della Pianura Padana e della sua configurazione orografica e climatologica”. E dunque “è senza dubbio una delle regioni d’Europa e forse del mondo meno adatte a ospitare emissioni consistenti e addensate”. Il professore Michele Giugliano, a capo del dipartimento Ambiente del Politecnico, non ha dubbi. Detto questo, per Roberto Maja, altro docente universitario, se il problema esiste può essere risolto grazie “a interventi integrati e condivisi da tutte le istituzioni”. A far da chiosa la conclusione dell’epidemiologo Luigi Bisanti per il quale in zona Lombardia “la probabilità individuale di subire un danno da inquinamento è piccola”.

Parola di esperti, dunque. Assunti dalla procura di Milano per fornire consulenze (valutate circa 30mila euro) da mettere agli atti dell’inchiesta che vede indagati l’ex sindaco Letizia Moratti, il presidente di Provincia Guido Podestà (e il suo predecessore Filippo Penati), nonché il governatore Roberto Formigoni. Indagati ancora per poco, visto che il 18 giugno scorso il pm Alessandra Cecchelli ha depositato una richiesta di archiviazione per entrambe le notizie di reato: omissione in atti d’ufficio e getto pericoloso di cose.

In sostanza i rappresentanti delle tre istituzioni lombarde, a partire dal 2009, vengono iscritti nel registro degli indagati in seguito agli esposti del Codacons e di diversi comitati. Cosa succede? La procura apre il fascicolo e annota nomi e cognomi dei presunti responsabili. Per puntellare l’accusa, il procuratore aggiunto Nicola Cerrato nomina tre esperti. Uno di loro, Luigi Bisanti, essendo direttore del settore Epidemiologia dell’Asl di Milano, è direttamente uno stipendiato dalla Regione che, in questo caso, si trova sul banco degli indagati. Lo stesso Giugliano, oltre che docente al Politecnico, è tra gli autori del progetto Pumi (il particolato fine nell’atmosfera urbana milanese) promosso da Regione e Comune. Ecco, allora, che a pagina cinque della sua richiesta di archiviazione il pm annota: “Le conclusioni riferite dai consulenti si sono rivelate sotto più profili insoddisfacenti”. Per motivarlo, la dottoressa Cecchelli richiama le dichiarazione del professore Annibale Biggeri, messe agli atti di un procedimento simile aperto a Firenze. In questo caso Biggeri, descritto come “esponente di primissimo livello della comunità scientifica internazionale”, sostiene, al contrario dei consulenti, lo stretto nesso tra esposizione all’inquinamento atmosferico e pericolo per la salute pubblica.

L’accusa, dunque, sembra smentire i propri stessi consulenti. Visto che a pagina sei si legge come “il 30% dell’inquinamento totale è riferibile al fondo urbano e ai contributi locali su cui possono agire efficacemente interventi mirati”. Altro che problemi geografici. Da qui la richiesta dello stesso pm di aggiungere un quesito ai sei originariamente posti ai consulenti. La richiesta arriva il 18 maggio 2011 e nello specifico chiede “di evidenziare per singoli fattori, l’incidenza dei provvedimenti che l’Autorità Regionale, provinciale e Comunale poteva o doveva adottare”. A settembre arriva la risposta dei consulenti della procura che “con un breve elaborato” conferma l’assunto iniziale: niente responsabilità specifiche, la colpa sta nella conformazione della pianura Padana. La risposta, naturalmente, non soddisfa l’accusa che nel settembre 2011 chiede al gip un’ulteriore proroga d’indagine. Il no del giudice spiana la strada all’archiviazione. Anche perché, annota il pm “le indagini espletate non consentono margini per un utile esercizio dell’azione penale”. Di più: il tutto viene motivato con la “non idoneità degli elementi acquisiti per sostenere l’accusa”.

Non lo si legge, ma lo si intravede tra le righe: in questa inchiesta qualcosa non ha girato a dovere. Su tutto le perizie dei consulenti che “portano a escludere ogni possibilità di procedere dal punto di vista penale”. E dunque Moratti, Podestà e Formigoni salutano l’inchiesta. Visto che dalle “consulenze emerge come il problema dell’inquinamento sarebbe l’evidente frutto di complessi fattori che richiedono interventi strutturali rimessi alla discrezionalità degli enti”. Anzi i tre esperti, pagati dalla procura, “valorizzano le azioni positive concretamente intraprese dai singoli amministratori”, mostrando come tutte queste iniziative (a livello comunale, provinciale e regionale) sono state frustrate “dall’imponenza del fenomeno”.

Insomma, la conclusione dell’accusa gira attorno a un punto decisivo: ogni responsabilità penale può essere attribuita “solo se legata a un dimostrabile nesso di causalità con l’evento”. Assunto che potrebbe valere per il reato di “disastro colposo”, accusa per cui oggi resta ancora aperto un fascicolo (a carico di ignoti). In attesa di sviluppi, il governatore Roberto Formigoni esulta e dichiara. “’Come avevo sempre detto, l’esposto presentato dal Codacons e da altri era del tutto strumentale, immotivato e infondato”. E ancora: “Fa piacere che la procura abbia constatato che le misure di contrasto all’inquinamento sono state prese dai nostri enti senza alcuna omissione”. Conclusione: “Questa è la strada che Regione Lombardia continuerà a percorrere per contrastare in maniera sempre più efficace l’inquinamento e le polemiche pretestuose”. Parole chiare e nette. Forse, però, il presidente Formigoni non ha letto con attenzione la richiesta di archiviazione del pm.