Se il Professore fosse ancora presidente del consiglio, non potrebbe essere più centrale. E lo non sarebbe nemmeno se fosse il segretario di un partito, magari erede di quell’Unione che coalizzò le forze di centrosinistra. Invece con l’addio del 2008 alla politica attiva, quando lasciò Palazzo Chigi dove si era insediato 2 anni prima dopo un primo mandato tra il 1996 e il 1998, Romani Prodi raccoglie attestati dai fronti più eterogenei, come accaduto con quelli recentissimi del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi e del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, suo ospite nell’abitazione bolognese di via Gerusalemme il 29 giugno scorso.

Per quanto correggano la rotta, bussano alla porta dell’ex presidente della Commissione europea gli anti montiani, quelli che non apprezzato riforme e decreti varati nell’epoca del governo tecnico. Squinzi ha incontrato Prodi il 6 luglio alla graduation reunion dell’Alma Graduate School di Bologna per discutere di “una terza rivoluzione industriale”. Reduce dal duello a distanza con Mario Monti e relativo rimpallo di responsabilità sui picchi dello spread, il neo presidente di Confindustria ha lamentato in Europa l’assenza di leader politici, “eccetto i presenti”. I presenti si identificano con il Professore che, per il capo degli industriali, ha avuto il merito da premier di aver “cercato di introdurre un sistema” che supportasse la ricerca di Italia.

Poi, forse memore dell’effetto che hanno avuto le parole pronunciate dialogando con il segretario della Cgil Susanna Camusso, Squinzi ha aggiunto a margine che anche “Monti è sicuramente un leader europeo”. Dicendo poi: “È stato 8 anni commissario europeo e sa cos’è l’Europa. Conosce la necessità per tutti di andare in Europa con più decisione”. Che sia o meno un’integrazione in corner per evitare ulteriori polemiche, Squinzi – già definito un “catastrofista” per aver parlato di “macelleria sociale” causata dai provvedimenti del governo – ha intonato il controcanto a Prodi nel corso del dibattito nel capoluogo emiliano.

Quando il primo ha parlato di “eccessiva burocratizzazione per cui solo per ottenere una valutazione di impatto ambientale”, Prodi gli ha risposto citando come esempio il fatto che occorre “chiedere 24 permessi per dei piccoli lavori in un paese dell’Appennino”. E ancora, secondo Squinzi, “la digitalizzazione delle imprese è la chiave di volta per la competitività. Da qui dobbiamo far leva per ripartire: se non lo facciamo rischiamo di perdere una generazione. Il dato reso noto nei giorni scorsi circa il 36% di tasso di disoccupazione giovanile mi terrorizza: la sola possibilità è ripartire”. A questo ha aggiunto Prodi: “Al di sotto di una certa soglia di Pil non si può fare ricerca. Ma ciò che mi preme ricordare è che se il Paese non cresce, non si risana il bilancio. La crescita, poi, è la ricerca e la ricerca è un investimento sul futuro”.

L’asse, quando meno empatica, tra il Professore e gli industriali sembra una realtà. E c’è un altro asse che emerge proprio nelle ultime settimane. È quella con il creatore dei rottamatori del Pd, Matteo Renzi, già in corsa per le primarie d’autunno e che in Emilia Romagna ha un’enclave di alleati con cui scalare le gerarche dei Democratici. Gli sono vicini il presidente del consiglio regionale Matteo Richetti e l’assessore provinciale all’ambiente Emanuele Burgin, i consiglieri comunali della città capoluogo Francesco Errani e Benedetto Zacchiroli e il parlamentare Salvatore Vassallo, campano d’origine ma emiliano-romagnolo d’azione (insegna scienza politica e politica comparata nella sede forlivese dell’università di Bologna).

L’attuale primo cittadino di Firenze è un habitué della corte di Romano Prodi. All’inizio della sua carriera politica, ventunenne, è stato promotore dei comitati del Professore. Molto più recentemente – era il 23 giugno scorso – al Big Bang dei frondisti del Pd che ha avuto luogo al palacongressi del capoluogo toscano, Luigi Famiglietti, sindaco di Frigento (Avellino), aveva detto rivolgendosi a Renzi: “Matteo, dobbiamo recuperare lo spirito dell’Ulivo e coinvolgere Romano Prodi, magari come economista. Non ci vogliamo mettere contro i maestri. Il problema è che non ci sono maestri nel nostro partito, nessuno che sappia indicare una linea comune”.

Appena il tempo di far calare gli applausi e Renzi si è presentato a Bologna a casa Prodi forse proprio per portare l’invito emerso nella convention fiorentina. Secondo quanto è emerso a valle del faccia a faccia, il Professore non sosterrà con gesti pubblici la corrente dei giovani democratici del Pd che Renzi rappresenta, ma gli ha indicato una sorta di via: “nuove idee” da sviluppare e proporre. Sandra Zampa, storica collaboratrice di Prodi, ha detto al Corriere di Bologna non si tratta di un rendez vous particolare. “Riceverà anche altri candidati che glielo chiederanno, ammesso che ci siano le primarie”. Con un monito che suona anche come una premessa: “Quando si esce dalla politica, non si può restare in mezzo alla porta”.

Una risposta a chi di recente avanza di nuovo la sua candidatura al Quirinale, per le elezioni a presidente della Repubblica del prossimo anno? Proprio in questo senso nei giorni scorsi alcuni quotidiani hanno dato risalto ai più recenti interventi di Romano Prodi su organi di stampa. Tra questi un’intervista su Famiglia Cristiana in cui l’ex presidente del consiglio dà tre regole per uscire dalla crisi: “Primo: una Bce molto forte e piena sovranità monetaria. Secondo: gli eurobond. Terzo: un bilancio comune europeo più ricco”. Basterebbe per vincere la corsa al Colle? Dagli ambienti vicini a Prodi filtra una risposta: “Escluso Carlo Azeglio Ciampi, mai nessuno di quelli in pole position è stato eletto”.