Londra è una delle città che ha più squadre di calcio al mondo. Tante famose e vincenti, come l’Arsenal dei 13 scudetti, o il Chelsea fresco detentore della Champions League. Alcune amatissime e gloriose, come il Tottenham Hotspur, primo club britannico ad alzare un trofeo europeo, o il Fulham, la più antica squadra londinese che ha festeggiato nel 2009 i 130 anni di storia.

E poi ce ne sono altre che vivono nell’anonimato. Come il Wembley F.C.: perché se dici Wembley pensi al mitico stadio dove l’Inghilterra vinse nel ’66 il suo unico mondiale, demolito nel 2003 e ricostruito quattro anni dopo. O al massimo al quartiere da cui prende il nome, nella periferia nord-occidentale della City, ricco di centri commerciali ed immigrati. Pochi, pochissimi si ricordano di una squadretta semi-professionistica, abituata a bazzicare per i campetti di periferia con le sue divise biancorosse di seconda mano. Ma le cose potrebbero cambiare a partire dalla prossima stagione.

Merito dei soldi della Budweiser, la celebre birra americana che ha scelto di sponsorizzare questo piccolo club di nona divisione. E di una pazza idea: riportare in campo vecchie glorie del passato per dare l’assalto al trofeo più antico del mondo, la Fa Cup. E siccome il motto dei Lions (come sono soprannominati i giocatori del Wembley) recita in latino “a posse ad esse” (“dalla possibilità alla realtà”), quella che sembrava una trovata strampalata sta prendendo forma per davvero.

Nelle scorse settimane il presidente del Wembley, Brian Gumm, ha annunciato l’ingaggio di Claudio Caniggia. Il biondo più famoso d’Argentina di cui noi italiani ci ricordiamo benissimo: in Serie A vestì le casacche di Verona, Atalanta e Roma, e ai Mondiali del ’90 segnò il gol con cui l’Argentina costrinse l’Italia ai rigori, poi fatali agli Azzurri. Ora, a 45 anni suonati, debutterà in Inghilterra e nella FA Cup. Il “figlio del vento” è solo l’ultimo acquisto di una lunga serie: prima di lui, infatti, avevano già firmato per il Wembley Brian McBride, attaccante statunitense di 40 anni (anche lui con un precedente contro l’Italia: ai Mondiali 2006 fu il giocatore colpito da De Rossi con una gomitata, che costò al romanista quattro giornate di squalifica); e soprattutto Greame Le Saux, Ray Parlour e Martin Keown, a cavallo tra anni Novanta e Duemila bandiere di Chelsea e Arsenal. In passato tre pilastri dei Leoni inglesi, oggi dei meno famosi Lions di Wembley. Mentre in panchina siederà Terry Venables, santone del calcio britannico; e ad assisterlo ci sarà David Seaman, storico portierone della nazionale negli anni Novanta.

Per convincere i fantastici sette a rimettersi in gioco pare che la Bud abbia messo cifre a diversi zeri. “Non siamo un grande club ma abbiamo grandi ambizioni”, ha confermato il presidente Gumm. E del resto, al di là di sentimenti e nostalgie, l’iniziativa ha un chiaro risvolto promozionale: la favola del Wembley sarà interamente seguita dalle telecamere, e diventerà uno show televisivo (Dream On: The Journey of Wembley FC, il titolo è già pronto) che sarà trasmesso in esclusiva nel Regno Unito da ESPN.

La sfida comincerà il prossimo 11 agosto, nel turno extra-preliminare della FA Cup, a cui tutte le squadre affiliate alla FA (la Football Association) hanno diritto di partecipare. Giocheranno al “Vale Farm“: più che uno stadio un centro sportivo, un campo circondato da un paio di tribune per una capacità di circa 2mila spettatori. Ma il sogno – per i tifosi del Wembley e gli altri 30 giocatori in rosa, dopo una vita da dilettanti oggi catapultati sotto i riflettori – è dietro l’angolo: dista solo tre chilometri e si chiama Wembley Arena, dove da sempre e per sempre si disputa la finale della Coppa d’Inghilterra. Appena cinque minuti di macchina, un’infinità di turni preliminari da vincere sul campo. Perché nello sport c’è spazio per i sogni, a volte anche per i miracoli. Specie se hai uno sponsor milionario alle spalle.