Il ministro Severino vuole portare avanti una consistente modifica della geografia giudiziaria, facendo letteralmente scomparire numerosissimi uffici. La situazione attuale è incancrenita da moltissimo tempo nonostante i tanti proclami della politica nel corso dei decenni, mai diventati realtà proprio per l’incapacità di superare le resistenze sul territorio e il rischio di vedere eroso il consenso elettorale (questa vicenda è una di quelle in cui più si è osservato negli anni il male di una “politica debole”, succube del consenso e non capace di indicare nuove soluzioni anche inizialmente non popolari).

Sì, perché un ufficio di periferia è un grosso vantaggio per alcune categorie: lo è per i capi di quegli uffici giudiziari, lo è per gli avvocati di quelle piccole realtà locali, lo è per chi in questa maniera lavora più vicino a casa, lo è per l’indotto che porta con sé su quel comune, lo è per il cittadino che non deve andare nel capoluogo di provincia per la sua causa… Ma è un vantaggio anche per l’intera giustizia italiana che ci siano Tribunali e Procure anche a Nicosia, Montepulciano e Pinerolo (solo per citarne alcuni di quelli di cui si propone la soppressione)? Spesso no. 

Uffici troppo piccoli comportano delle diseconomie duplicando figure che sarebbe accorpate in una realtà anche solo di media grandezza: l’accorpamento di magistrati e personale amministrativo in un ufficio più grande consentirebbe una migliore organizzazione e distribuzione dei compiti. Uffici troppo piccoli non consentono specializzazione dei magistrati e rischiano un abbassamento qualitativo del servizio offerto, a fronte di una realtà legislativa sempre più ipertrofica e tecnica. Uffici troppo piccoli sono continuamente a rischio di incompatibilità interne e di grave carenza di organico, poiché bastano pochi pensionamenti e trasferimenti per lasciare scoperture oltre il 30/40 %. Uffici troppo piccoli impongono spesso costi non indifferenti di affitto e manutenzione di edifici, risorse che magari sarebbero meglio usate nell’ammodernamento degli strumenti utilizzatiper funzionare il “carrozzone giustizia”, fermo per molti aspetti al medioevo. 

Sarebbe bello avere il servizio giustizia sotto casa, ma è una comodità che il cittadino rischia di far pagare all’intero sistema, con problemi di inefficienze e sprechi. Naturalmente il problema sta nel dove tracciare la linea del Piave: quali uffici si salvano e quali vanno chiusi? Qui le scelte possono essere tante e i criteri contrastanti e discutibili, ma quasi nessuno mette in dubbio che la direzione sia quella giusta. La magistratura chiede da anni una revisione della geografia giudiziaria, sclerotizzata su schemi antiquati dove ad esempio il Piemonte vedeva un proliferare di uffici piccoli o piccolissimi risalenti a schemi e privilegi sabaudi. 

La stessa avvocatura, salvo le resistenze dei fori locali, ha espresso molte volte il suo favore a ridisegnare la mappa degli uffici sul territorio, anche perché oggi la possibilità di spostarsi si è naturalmente evoluta e 40/60 km non sono più un’odissea. Tutti sono legittimati ad avanzare critiche e suggerimenti, ma il rischio è che la prospettiva di una radicale riforma necessaria ma impopolare venga pregiudicata dai veti locali e incrociati. Piuttosto esigiamo di ottenere al più presto la possibilità di rapportarci con gli uffici pubblici tramite internet, investendo in banda lurga e informatizzazione… Credo, in sostanza, che sia meglio mandare giù qualche boccone indigesto piuttosto che rimanere digiuni e vedere saltare un’occasione storica di riforma. L’alternativa potrebbe essere ritrovarci a discuterne per altri 50 anni senza che cambi nulla, un esito affatto strano nel nostro gerontocratico e immobile Paese.