E’ notizia di ieri che il marchio Valentino sta per essere acquistato dagli Emiri del Quatar, già proprietari dei magazzini Harrod’s, per 750mln. Chi se ne dispiace per un generico sentimento di conservazione dell’”Italianità” di questi storici marchi, non ha capito in che direzione sta andando il mondo, e soprattutto quanto sia fragile il nostro tessuto imprenditoriale una volta privato di quella che è stata la sua vera spinta propulsiva negli ultimi trenta anni: il debito pubblico, e l’idea che uno Stato si potesse indibitare all’infinito spronando le masse a vivere al di sopra delle proprie possibilità.

Ora che ci risvegliamo da questa sbornia collettiva e i nodi sono venuti al pettine, di fronte alle sfide dell’economia globale scopriamo tutte le nostre carenze. Siamo pigmei di fronte a giganti che possono divorarci come vogliono. E non è una novità, Gucci e Bulgari sono già in mani francesi, il marchio Rinascente è stato acquistato nel 2011 dal Central Group of Companies Thailandese. Motta e Alemagna sono della svizzera Nestlé, la Star appartiene alla holding spagnola Pasa Group, la Coin è francese, l’Algida è del fondo anglo-olandese Unilever, la Benelli appartiene dal 2006 al Qianjiang Group cinese e si potrebbe continuare. 

La cessione di Valentino a un fondo del Quatar ha però un valore simbolico, segna un passaggio d’epoca. E’ il trionfo chiaro di un modello di business basato sulla grande distribuzione su scala globale e sui grandi numeri anche nelle fascie di alta gamma. L’idea della cosiddetta eccellenza artigianale del prodotto italiano di cui ci siamo per decenni vantati, in parte a ragione in buona parte vendendo fumo – tant’è che gran parte del Made in Italy da anni è prodotto in Cina – è ormai un’idea romantica che non regge più.

E infatti cede di fronte alla potenza di questi fondi di private equity che rilevano un marchio e sono in grado di portarlo fin nel più sperduto ancolo della terra e necessitano di milioni di capi. Il nostro modello è stato crescere sul debito, fare prodotti di nicchia da vendere a costi elevati. Quello che si è imposto è business puro su prodotti da vendere su larga scala a prezzi appetibili in ogni gamma. Per anni le tv hanno fatto il lavoro sporco di illuderci che eravamo tutti ricchi e prosperi, qui invece si tratta di rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per competere. Il cambiamento è già in corso: quando hanno aperto le prime sedi di Ikea in Italia i nostri mobilieri si mostravano inorriditi, oggi fanno a gara per accreditarsi come fornitori del colosso svedese.

Esiste un modello che sappia coniugare le nostre migliori risorse con le dinamiche del mercato globale? Come possiamo uscire dal nostro pantano senza vendere l’intero paese agli stranieri? Questo è il tema che dovrebbero elaborare i nostri industriali e grandi imprenditori illuminati. Ma in questo paese “di vecchi” per dirla con Prandelli, si preferisce trattare di autostrade o banche, chiacchierare di politica nelle Fondazioni, e all’occorrenza vendere al miglior offerente.