La sentenza della Cassazione sulla Diaz mi pare del tutto condivisibile e sacrosanta. Essa conferma l’esistenza di una magistratura indipendente in Italia e mette una parola chiara su uno degli episodi centrali di quella che Amnesty International ha definito la più grave sospensione dei diritti costituzionali nell’Europa del dopoguerra.

Seguiranno ulteriori azioni a livello civile e altro, mentre occorre augurarsi che non siano applicate le norme fasciste in base alle quali dimostranti colpevoli in vari casi assolutamente di nulla possono essere condannati a vari anni di prigione. E’ cioè importante che non siano condannati a pene pesanti coloro che si sono resi colpevoli solo, nei casi più gravi di aver rotto qualche vetrina. Anche perché non passi in alcun modo l’inammissibile principio secondo il quale si possono causare danni gravi alle persone senza andare in galera e invece andarci per danneggiamenti alle cose.

Tuttavia non deve bastarci. Innanzitutto, permettemi, mi spiace personalmente vedere funzionari che in altre occasioni hanno svolto lavori egregi, essere oggi puniti per aver accondisceso alle pretese di politici che restano impuniti e nell’ombra quando addirittura non si sono rifatti o tentati di rifare una verginità. Non è tollerabile che i poliziotti fungano da capri espiatori! Per evitare una tale insoddisfacente conclusione, sarebbe auspicabile che i funzionari condannati facciano il nome dei politici che li hanno istigati alla violazione della legge o che quantomeno, con il loro atteggiamento, hanno concorso a creare le condizioni affinché tale violazione venisse perpetrata, con le conseguenze vergognose per tutto il Paese che si sono poi registrate. Fare pulizia non solo nella polizia ma anche e soprattutto nella politica è la conditio sine qua non per evitare il ripetersi di situazioni di quel tipo.

E’ poi necessario attuare un profondo cambiamento nella cultura delle forze dell’ordine. Forze di polizia professionalmente aggiornate, costituzionalmente sane ed efficaci sono oggi più che mai necessarie al Paese per contrastare le vere minacce criminali che incombono su di esso e sul mondo, grazie al neoliberismo che ha permesso il rafforzamento e il dilagare delle mafie, incrementando anche la piccola e media criminalità e incentivando la crescita di una cultura della sopraffazione dei più forti sui più deboli che è l’altra faccia di ideologie come quelle dei neocon americani o di Monti e Berlusconi.

Purtroppo, episodi abominevoli come l’uccisione di Aldrovandi, di Cucchi e di tanti altri, dimostrano come ci sia ancora molto lavoro da fare. Innanzitutto per identificare e punire coloro che hanno ignominiosamente macchiato l’onore del Paese e dei corpi armati di cui fanno parte, rendendosi colpevoli di atti doppiamente criminali. Poi, per attuare quelle riforme nella formazione, nell’ideologia e nell’impiego delle forze dell’ordine che si rendono necessarie per farne strumenti utili ai cittadini (e agli immigrati) e non apparati al servizio della casta e dei poteri forti.

In questo senso, occorre ipotizzare l’introduzione, all’interno di caserme, questure e commissariati, di più avanzate forme di democrazia, che da tempo reclamiamo e che hanno trovato accoglimento solo parziale con l’introduzione del sindacato di polizia, frutto di lotte dure condotte a partire dagli anni Settanta da tanti poliziotti, finanzieri e carabinieri. Non è neanche tollerabile, in quest’ottica, che superburocrati come il capo della polizia Manganelli guadagnino somme stratosferiche, mentre la maggioranza dei poliziotti, impegnati in faticose e spesso rischiose attività sul terreno,  guadagnano stipendi assolutamente modesti e spesso insufficienti.

E’ inoltre necessaria ed urgente l’introduzione del reato di tortura, che costituisce un atto dovuto in adempimento di una convenzione internazionale, quella appunto contro la tortura e i trattamenti degradanti che l’Italia ha prima firmato e poi ratificato già da molti anni e che solo questa casta indecente che ci “governa” si ostina ancora a non applicare.

Per finire, occorre una concezione ampia e onnicomprensiva di sicurezza, che preveda, accanto alle garanzie fondamentali dei diritti umani di ciascuno al lavoro, alla sanità, alla pensione, all’istruzione, ecc., l’impiego di forze di polizia saldamente radicate nella realtà sociale e in grado di dialogare costruttivamente con i cittadini e gli organismi democratici di base. A queste condizioni si dovrebbe prevedere il reclutamento di un congruo numero di  giovani uomini e donne nelle forze dell’ordine, anche come contributo alla lotta contro la disoccupazione, per forze dell’ordine che siano un fattore di sicurezza ma anche di innovazione culturale e sociale.