Nonostante sia l’Italia il paese dei parti cesarei, è il sistema sanitario della Gran Bretagna ad aver lanciato uno strumento per rendere più sicuri questi interventi chirurgici. Si chiama Desperate Debra ed è un simulatore che ha il compito di allenare i medici ad affrontare parti cesarei d’urgenza che possono essere pericolosi per la vita della mamma e del nascituro. Durante un parto cesareo d’urgenza infatti, capita spesso che il bambino rimanga bloccato nel bacino della madre. Questo può rendere la procedura chirurgica molto più complicata e rischiosa, soprattutto se i medici non hanno acquisito l’esperienza adeguata. Ed è qui che entra in gioco Desperate Debra, un “pancione artificiale” realizzato in silicone e plastica. Il simulatore insegna ai medici il paradosso dell’uso della forza per riposizionare il nascituro e della delicatezza per non arrecare danni ai tessuti molli.

“I parti cesarei d’urgenza a dilatazione completa possono essere impegnativi e pericolosi”, ha detto Andrew Shennan, docente di ostetricia al King’s College di Londra. Questo vale, secondo l’esperto,soprattutto di notte “quando i medici con esperienza possono non essere disponibili”. In questi casi “utilizzare Desperate Debra per aiutare i medici a esercitarsi in questa situazione dovrebbe ridurre le probabilità di complicazioni gravi per il bambino e la madre”.

Progettato da Graham Tydeman, un consulente in ostetricia e ginecologia presso il britannico Nhs Fife, Desperate Debra è in grado di simulare queste situazioni complicate. “E’ incredibilmente realistico”, assicura Shennan.

Per crearlo, i produttori della Adam Rouilly hanno visitato un reparto di maternità e hanno sperimentato un certo numero di materiali. In questo modo hanno avuto l’opportunità di “replicare” perfettamente la testa di un nascituro. Il modello è ora pronto per la produzione di massa. E magari sarà proprio l’Italia tra i primi paesi ad “adottare” Desperate Debra. E’ infatti arcinoto che il nostro Paese detiene il primato nell’uso del bisturi in sala parto. I parti cesarei in Italia sono circa 200 mila ogni anno. Cifra che secondo il ministro della Salute Renato Balduzzi rappresenta un “abuso”. Tanto che lo stesso ministro ha inviato i Nas negli ospedali per verificare che i parti cesarei fossero davvero necessari. Balduzzi ha infatti rilevato come è “assolutamente intollerabile il divario sul territorio per il ricorso ai cesarei. Si passa dal 23% del Friuli al 62% della Campania. E senza che un maggiore ricorso al cesareo porti a un miglioramento degli esiti clinici”.

Cesarei a parte, sempre dalla Gran Bretagna arriva un’altra novità che, pur riguardando ancora mamme e pancioni, potrebbe avere ricadute sulla popolazione in generale. In uno studio pubblicato su Molecular Therapy, un gruppo di scienziati dell’Imperial College di Londra ha mostrato che le cellule staminali presenti nel liquido amniotico possono essere trasformate in cellule quasi del tutto identiche alle staminali embrionali. La ricerca, in pratica, ha dimostrato la possibilità di “riprogrammare” cellule staminali del liquido amniotico senza doverle modificare geneticamente. I risultati dello studio suggeriscono quindi che le cellule staminali derivanti dal liquido amniotico donato potrebbero essere conservati in apposite bio-banche – come avviene ad esempio con il sangue del cordone ombelicale – e utilizzate per terapie e ricerca, fornendo una valida alternativa alle staminali embrionali. Anche se le cellule derivate dal liquido amniotico hanno lo svantaggio di una capacità di differenziazione limitata, rispetto alle staminali embrionali hanno il vantaggio di non presentare problemi di tipo etico. In questo studio i ricercatori hanno utilizzato cellule donate dalle madri durante l’amniocentesi, test diagnostico che si effettua durante il primo trimestre di gravidanza. Le cellule sono state coltivate in laboratorio e riprogrammate a uno stato primitivo aggiungendo un farmaco chiamato “acido valproico” durante la coltura. Una serie di test hanno rilevato che tali “cellule riprogrammate” hanno caratteristiche molto simili alle staminali embrionali, sono cioè pluripotenti, in grado di svilupparsi in qualsiasi tipo di cellula del corpo. La pluripotenza è stata mantenuta anche dopo il congelamento e lo scongelamento. Queste cellule potrebbero quindi essere utilizzate nel trattamento di un’ampia gamma di malattie, come il tumore, e la loro disponibilità non sarebbe un problema.

di Valentina Arcovio