L’ombra del terrorismo accompagna le Olimpiadi nella diretta delle dirette. Dai record degli elastici neri nel soffio dei 100 metri alla rabbia delle piazze disperate di ogni continente con la tentazione dell’esibirsi sul palcoscenico più illuminato del mondo. Londra dei giochi, appunto. Sottovoce si dà notizia dei primi arresti e con annunci squillanti la consolazione di una sicurezza che sembra imperforabile: migliaia di poliziotti e le orecchie dei James Bond assicurano tranquillità fino all’ultimo passo della maratona. Se per disavventura dovesse succedere qualcosa torna l’eterno problema: dopo il dramma si deve continuare a correre, nuotare, tirare di scherma, oppure dolore e pietà spegneranno le luci degli affari miliardari? Nei ricordi dei vecchi cronisti “i valori” dello sport “prevalgono sempre sulle diatribe politiche”, cosucce drammatizzate da chi negli angoli dei massacri e della fame continua a gridare, ma nessuno ha voglia di ascoltare le voci non quotate in Borsa, magari milioni di disoccupati del vecchio continente. Se la prendono con gli sponsor che sborsano milioni e coi poveri saltimbanchi in Inghilterra per sudare, non per rischiare la vita. Con la furbizia dei clic elettronici minacciano la festa di un’amicizia calibrata su investimenti che fanno respirare le economie affrante, azioni criminali da schiacciare nel silenzio. L’incubo del terrorismo non può avvelenare i passatempi della civiltà.

Lo abbiamo raccontato in altre olimpiadi: onore alle vittime, chiediamo scusa per la breve interruzione dovuta a ragioni indipendenti dalla volontà degli organizzatori, ma la sagra della gioventù deve continuare. Dal letto d’ospedale, ferita nella sparatoria delle polizie che schiacciavano la protesta degli studenti, Oriana Fallaci telefonava “a tutti i parlamentari di Roma” per pregarli di fermar gli atleti italiani in partenza per le Olimpiadi di Città del Messico, 1968: “400 morti in piazza non bastano?”. Non sono bastati: i valori dello sport sovrastano qualsiasi tragedia. Risuccede a Monaco, 1972: i palestinesi di settembre nero prendono in ostaggio atleti israeliani per dimostrare “d’essere ancora vivi” dopo le bombe di re Hussein e i rifugi sotto tiro nella Beirut dell’esilio. La polizia bavarese non si lascia intimidire. Spara nel mucchio dei terroristi e dei poveri ostaggi: tutti morti. Due ore dopo la messa di requiem, due ore dopo la commozione che strazia i telegiornali, si riaccendono le luci: Pakistan e India giocano la medaglia dell’hockey su prato, valori dello sport finalmente in salvo.

Le Olimpiadi possono diventare lo specchio dei problemi che scuotono il mondo. Cos’era successo nel ’68 per scatenare i ragazzi messicani? Era successo che i ragazzi francesi chiedevano al generale De Gaulle di andare in pensione; i ragazzi di Praga provavano a fermare i carri armati di Mosca; i ragazzi americani piangevano l’assassinio di Ted Kennedy e non sopportavano le bombe in Vietnam. Il mondo stava scoppiando e le Olimpia di non potevano non tenerne conto. Nel 1972 scoppiava il Medio Oriente e le Olimpiadi diventano la vetrina per ricordarlo ai distratti. Londra 2012 comincia con la Siria in agonia e il Qatar che manda armi americane ai rivoltosi, e la Russia che manda armi al dittatore che massacra i rivoltosi. Atleti di Mosca, atleti arabi, insomma loro e tutti gli altri in gara, riposeranno nei palazzi inglesi dall’emiro del Qatar, affari per 12 miliardi di euro. Non solo la new town del villaggio olimpico: fare shopping da Harrods vuol dire fare shopping dalla famiglia Al Thani proprietaria di un paesino gas e petrolio, 300 mila abitanti col reddito più alto del mondo e gnomi che trasformano i giochi nel salvadanaio dei miracoli. Può succedere che i palazzi del signore delle antenne di Al Jazeera possano diventare un bersaglio simbolo, ma come si fa a rinunciare al divertimento di due settimane Tv rischiando qualcosa, noi, poi, così lontani.

Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2012