La finalità delle manovre economiche che osserviamo da qualche tempo a questa parte, non è tanto chiara. Se tagli e spending review non si pongono come obiettivo una “ripresa”, cioè il ritorno alla status quo ante (a cui non crede più nessuno: sembra il titolo di un vecchio romanzo di Alba de Céspedes, Nessuno torna indietro), allora cosa si vuole ottenere?

Lo spettro della recessione è dietro l’angolo, ma invece di combatterlo, questo governo sembra fare di tutto per alimentarlo. La recessione è la “vera” crisi economica, quella che non avremmo mai voluto conoscere e che avrà conseguenza devastanti per il paese. Dissolte le classi, fallito il progetto totalitario della massificazione, non resta che uno scenario apocalittico: una nuova separazione tra le fasce sociali.

Sembra di assistere al recupero della “sana” e netta divisione tra chi è privilegiato e chi non lo è. Che non è solo una questione di censo (anche se la questione economica è ovviamente essenziale), ma soprattutto una questione culturale e politica.

Da una parte sono vanificate tutte le conquiste democratiche, ottenute negli anni del consumismo avanzato, dall’altra si toglie valore ai servizi comuni – quelli che sono ricompresi nel welfare – che la democratizzazione di massa aveva concesso a tutti, svuotandoli ora di concreta efficacia. L’istruzione pubblica, in primo luogo, che è il principale motore di affrancamento delle masse incolte. Poi i servizi pubblici, la sanità, la previdenza sociale, le garanzie sindacali.

A ciò si aggiunge l’estremo oltraggio, che frustra le aspettative legittime delle moltitudini: il suffragio universale. Il potere collettivo di eleggere i propri rappresentanti, privato di ogni effetto dalla separazione tra potere e politica. È la falsa democrazia che avanza.

La fine della modernità impone nuove regole di controllo sociale che non passano più attraverso il lavoro e il consumismo. È in atto una profonda revisione dei processi produttivi, industriali e occupazionali. Questo spiegherebbe il crollo dei consumi, la crisi indotta dell’economia, ma di quella particolare economia che interessa i ceti più deboli, dunque la stragrande maggioranza della popolazione, e risparmia un’élite privilegiata.

Un cambiamento in corso di portata tanto vasta che non è dato sapere, al momento, dove condurrà. Certo è che non ci sarà consentito di decidere del nostro futuro.