Nel giro degli ultimi 10 giorni, si sono riuniti tutti. Il “Gruppo d’azione per la Siria” (composto dai segretari generali di Nazioni Unite e Lega araba, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza, i ministri degli Esteri dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più quelli di Turchia, Iraq, Kuwait e Qatar) e poi gli “Amici della Siria” (un gruppo promosso da Francia, Usa, Gran Bretagna, Germania, Arabia Saudita e Qatar e che raggruppa rappresentanti di decine di stati e di varie organizzazioni internazionali).

Tutto questo agitarsi di diplomazia produrrà risultati concreti per porre fine al sempre più sanguinoso ciclo di repressione e violenza in Siria?

Il comunicato finale del “Gruppo d’azione per la Siria” del 30 giugno fa riferimento alla “costituzione di un organo di governo transitorio (…) comprendente membri dell’attuale governo e dell’opposizione e di altri gruppi, formato sulla base del consenso reciproco”. Non si dice se il presidente Bashar al-Assad potrà farne parte o meno (evidentemente ci sono pareri diversi) né si capisce come e su quali basi governo e opposizione potranno raggiungere il consenso.

Il comunicato parla anche della necessità di attuare i sei punti del piano Annan e auspica per il futuro uno stato che rispetti gli standard internazionali sui diritti umani, che accerti le responsabilità per le violazioni dei diritti umani attraverso meccanismi di giustizia transitoria e che dia piena rappresentanza alle donne in ogni aspetto relativo alla transizione.

Dalla riunione degli “Amici della Siria”, venerdì 6 luglio a Parigi, è arrivata la richiesta di un maggiore impegno del Consiglio di sicurezza per una transizione politica in Siria, dalla quale il presidente Assad sarebbe però escluso. L’opzione di un intervento militare, sollecitata da parte dell’opposizione siriana, continua a non trovare grande favore.

Della transizione politica ha parlato anche il Segretario generale delle Nazioni Unite. In vista del dibattito sul rinnovo della missione Onu in Siria, in scadenza il 20 luglio, egli sta insistendo affinché la missione cambi mandato: anziché monitorare un inesistente cessate il fuoco, piuttosto verificare i progressi del negoziato politico.

Sedici mesi di proteste e rivolte sono stati segnati da crimini contro l’umanità commessi dalle forze governative: decine di migliaia di arresti arbitrari, almeno 12.000 morti, torture eseguite di routine nei centri di detenzione con conseguenze mortali in oltre 400 casi. I legami di fedeltà col presidente Assad sembrano meno solidi, dopo l’ultima importante defezione, quella del generale Manaf Tlas, risalente a venerdì.

In una situazione che ormai da mesi è un vero e proprio conflitto armato, sono in corso crimini di guerra da ambo le parti. Gli effetti si vedono anche oltre frontiera, in Libano.

Amnesty International continua a ricevere sempre più denunce di crimini commessi dall’opposizione armata, tra cui esecuzioni sommarie di soldati e miliziani, rapimenti di civili, maltrattamenti e torture, uso dei minori nelle ostilità e uso indiscriminato di armi.

Delle armi inviate a profusione dalla Russia al governo siriano si è già scritto molto, così come dei ripetuti appelli a Mosca affinché cessi di armare la repressione. Ora, Amnesty International chiede agli “Amici della Siria” di sospendere i trasferimenti di armi all’opposizione, se vi sarà il rischio sostanziale che potranno essere usate per compiere crimini di guerra.