La discussione sulla recessione economica continua a eludere un punto decisivo: il fatto che la contrazione occupazionale sia molto più forte nel lavoro autonomo che nel lavoro dipendente. Si tratta di una tendenza già chiara sin dal 2010 per una categoria di lavoratori che è cambiata moltissimo negli ultimi dieci anni e presenta ora una dualità crescente tra i grandi professionisti già affermati e i nuovi, esposti a una forte competizione. Una polarizzazione rispecchiata anche dai dati su reddito e consumi. Chi darà voce a questi piccoli invisibili?

di Costanzo Ranci* (lavoce.info)

La discussione pubblica sulla recessione economica del nostro paese continua a eludere un punto decisivo: il fatto che la contrazione occupazionale sia molto più forte nel lavoro autonomo che nel lavoro dipendente. Si tratta di una tendenza già chiara sin dal 2010, quando, secondo i dati dell’Archivio statistico delle imprese attive dell’Istat, il decremento fu del 4,7 per cento per gli indipendenti contro il -1,5 per cento dei lavoratori dipendenti, con una forte concentrazione della crisi nelle microimprese (sino a 9 addetti) con tassi di contrazione pari al 15 per cento. Il trend appare confermato anche recentemente: la rilevazione dell’Istat sulle forze di lavoro registra, nel primo trimestre 2012, una contrazione occupazionale del 2 per cento per gli autonomi e un leggero aumento dello 0,2 per cento per i lavoratori dipendenti.

I COLPI DELLA CRISI

Per spiegare questo fatto bisogna considerare diversi fattori. È innanzitutto nel lavoro autonomo che è cresciuta negli ultimi anni quella componente del lavoro precario giovanile e femminile che costituisce la prima vittima nelle fasi recessive. Inoltre, la contrazione nei consumi ha massicciamente colpito una quota importante del lavoro indipendente tradizionale, costituito da commercianti al dettaglio, artigiani e microimprenditori. Infine, la recessione del settore edilizio ha colpito un settore in gran parte costituito da lavoratori indipendenti e da microimprese.
Si tratta di oltre 100mila lavoratori che hanno interrotto la loro attività non potendo contare su alcuna forma di protezione sociale e di sussidio contro il rischio della disoccupazione: cittadini esclusi dal nostro sistema di welfare, la cui occupazione è totalmente dipendente dall’andamento del mercato in cui operano, di fronte alle cui fluttuazioni non hanno alcuna difesa se non la loro capacità di reinventarsi, l’aiuto prestato dalla rete familiare (sempre più stretta e debole), il patrimonio eventualmente messo da parte.
Siamo di fronte a un cambiamento importante: se per diversi decenni il lavoro autonomo ha costituito nel nostro paese un importante ammortizzatore sociale (consentendo di assorbire una quota elevata della disoccupazione attraverso forme di autoimpiego), oggi costituisce un’attività esposta a forte vulnerabilità e alla destabilizzazione. Puntualmente rilevata anche nei sondaggi di opinione, dove le “partite Iva” costituiscono spesso la categoria sociale più colpita da ansie e incertezze e di conseguenza più estranea alla politica.

LA DUALITÀ DEGLI AUTONOMI

La crisi rivela dunque alcuni aspetti ancora trascurati del nostro sistema occupazionale, che solo recentemente si vanno scoprendo sulla base di dati puntuali. (1) In Italia, circa un quarto dell’occupazione (24 per cento) è composto da lavoratori autonomi, pari a 5,7 milioni di persone: una quota quasi doppia alla media dell’Unione Europea. Questi lavoratori sono cambiati moltissimo negli ultimi dieci anni: i lavoratori in proprio tradizionali hanno gradualmente lasciato il posto a professionisti, tecnici del terziario avanzato, piccoli imprenditori forniti di elevato know-how tecnico, lavoratori manuali dei servizi a basso costo. I lavoratori autonomi si sono individualizzati (quasi tre quarti operano su base individuale), femminilizzati (la quota femminile si sposta dal lavoro familiare a quello professionale), istruiti e ringiovaniti. In linea generale, le differenziazioni interne a questo mondo sono aumentate fortemente, provocando una progressiva dualizzazione del lavoro autonomo. Da un lato, si collocano i grandi professionisti già affermati nel loro mercato di competenza, i piccoli imprenditori di successo, i nuovi tecnici operativi nei settori emergenti. Questi godono di redditi e patrimoni elevati, accresciuti grazie a regimi contributivi e fiscali assai compiacenti. Dall’altro lato, emergono i nuovi professionisti del terziario avanzato esposti a una forte competizione, i piccoli commercianti e gli artigiani che operano in settori o territori sempre più di nicchia, la massa crescente dei lavoratori autonomi con mansioni fortemente manuali, vittime delle esternalizzazioni cominciate negli anni Novanta. I dati sul reddito e sui consumi rispecchiano questa polarizzazione crescente. Se, in base ai dati appena pubblicati dall’Istat, la spesa media dei lavoratori in proprio (pari a 2.800 euro mensili) si colloca in una posizione intermedia tra quella degli impiegati (3.075 euro) e quella degli operai (2.430 euro), i livelli di reddito all’interno del lavoro autonomo sono molto differenziati. Gli indici di diseguaglianza all’interno e tra le categorie degli autonomi sono molto più elevati che tra i dipendenti, e sono in costante crescita. Una delle conseguenze è che, unitamente ai lavoratori autonomi ricchi, convive una quota considerevole di persone a rischio di povertà. Basti pensare che, in base ai dati di Banca d’Italia, ben il 27 per cento dei lavoratori autonomi (con l’esclusione di grandi imprenditori e professionisti) ha un reddito equivalente inferiore al 75 per cento del reddito mediano totale, ovvero è in una posizione a forte rischio di povertà. Per il ceto medio dipendente (rappresentato, ad esempio, dagli impiegati) la stessa quota è del 14 per cento. La quota di lavoratori autonomi il cui reddito sta nel decile più basso (sino a 11.300 euro annui di reddito familiare) è del 6,8 per cento, a fronte dell’1,2 per cento degli impiegati in posizione dipendente. Si tratta di un fatto nuovo che indebolisce la rappresentazione, emergente proprio sul finire degli anni Novanta, dell’esistenza di un “popolo delle partite Iva” dotato di omogeneità di condizione e unitarietà di interessi. Da base fondamentale del ceto medio italiano, garanzia di stabilità politica ed economica, il lavoro autonomo si riscopre oggi un insieme assai divaricato internamente.
È cresciuta intanto anche l’area grigia posta tra autonomia e dipendenza. Ben il 22 per cento dei lavoratori autonomi (1,1 milioni) sono mono-committenti, e quasi il 40 per cento (1,6 milioni) ha vincoli di orario o luogo. Spesso questi aspetti non si cumulano: secondo le nostre stime, questo accade solo per 260mila, pari al 5 per cento. Una quota inferiore a quanto stimato dal governo e dai sindacati a proposito dell’effetto potenziale creato dal disegno di legge lavoro in materia di “false partite Iva”. Tuttavia, la massa di lavoro autonomo posto a cavallo tra indipendenza e dipendenza è impressionante. È lo specchio di un nuovo mercato del lavoro fondato su transizioni, frammentazione produttiva, nuove forme di organizzazione e di impresa; nuove forme contrattuali. Ed è qui che si colloca gran parte della vulnerabilità occupazionale su cui le forme attuali di protezione sociale non sono in grado di intervenire.
Il vecchio contratto sociale del lavoro autonomo si è dissolto da tempo. Quello fondato sul collateralismo politico, sulla frammentazione delle forme di rappresentanza per categoria e partito di riferimento, sulla subordinazione delle associazioni di rappresentanza alla mediazione dei partiti, su una politica di protezione e di forte tolleranza fiscale. La regolazione pubblica è oggi più forte, ha ridotto le protezioni corporative, ha immesso più mercato e più competizione. Ma oggi, di fronte alle tendenze denunciate dalla crisi, si richiede un nuovo patto sociale. Altrimenti, l’alternativa è una resistenza sempre più forte e marcata di questi ceti contro lo Stato. Oggi vengono chiesti ai lavoratori autonomi, così come agli altri lavoratori, sacrifici e maggiori contribuzioni fiscali e previdenziali, ma in cambio di cosa? Nel mondo delle partite Iva si oscilla oggi tra un sentimento di forte estraneità rispetto allo Stato, a visioni più sistemiche fondate sulla proposta di una rappresentanza conferederata oppure trasversale a quelle tradizionalmente di tipo corporativo. Il nodo della rappresentanza degli interessi di questa parte sociale è decisivo nel futuro: chi darà voce a questi piccoli invisibili? In quale prospettiva che non sia il populismo?

(1) Una ricostruzione di questa realtà viene oggi offerta da Costanzo Ranci (a cura di), Partite Iva. Il lavoro autonomo nella crisi italiana, Bologna, Il Mulino, 2012.

*Professore straordinario di Sociologia economica, ha svolto ricerca in università italiane (Trento, Milano) e straniere (Berkeley). E’ dottore di ricerca in Sociologia e ricerca sociale (Trento, 1990). Studia temi inerenti le politiche sociali e il welfare state, il ruolo del terzo settore e dell’azione volontaria, la vulnerabilità sociale. Direttore Scientifico del Master in Social Planning del Politecnico di Milano, tenuto nell’anno 2005-06, rivolto ad amministratori e funzionari pubblici, responsabili di organizzazioni nonprofit e di volontariato, responsabili di Ipab. Consulente scientifico della Camera di Commercio di Milano (Osservatorio dell’economia civile), dell’Agenzia Nazionale sulle Onlus (redazione del Libro bianco sul terzo settore), del Ministero del Welfare (gruppo di lavoro sulla valutazione delle politiche sociali).