Negli ultimi mesi ho incontrato nella mia attività di psicologo parecchi giovani. Dopo un inizio di terapia volto a tamponare stati ansiosi o depressivi nel momento in cui si è cercato di fare luce sui vissuti personali è apparsa la difficoltà a credere in qualcosa per cui valga la pena di vivere e lottare. Una specie di mancanza di quel punto d’appoggio emotivo e di desiderio che spesso, in passato, permetteva di affrontare il mondo. Alla stregua del punto di appoggio, desiderato da Archimede, attraverso cui sollevare il mondo. Archiviate le fedi religiose, il patriottismo o la voglia di salvare il mondo come vestigia dello scorso secolo anche il desiderio dell’amore con la A maiuscola o di un figlio, che per decenni avevano resistito, paiono svanire dall‘immaginario giovanile.

Leggendo le cronache economiche e il problema dello “spread” mi veniva in mente una correlazione. Anche in economia ormai prevale lo scetticismo. Il possibile creditore deve, come dice la parola stessa, credere in colui che si indebita, pensare che il suo credito servirà per investire su un futuro migliore che permetterà di restituire il debito e generare benessere collettivo. Qualche decennio fa i nostri padri si fidavano delle banche e dei bancari, che conoscevano personalmente, e ritenevano il sistema finanziario come solido. Lo Stato, poi, veniva considerato come il debitore più sicuro. Ora sappiamo che le banche non conoscono neppure la loro situazione patrimoniale e che gli Stati possono fallire e decidere di non pagare i debiti. Per tutelarsi i possibili creditori hanno cominciato a stipulare delle assicurazioni, per cercare di garantire il loro credito, per poi rivendere il rischio ad altri suddividendolo in mille rivoli “derivati”. Questa pratica ha deresponsabilizzato i creditori, provocando la finanza facile e un mostro economico.

Possiamo dire che, sia a livello personale in riferimento al proprio progetto di vita che economico, da creduloni e credenti siamo divenuti scettici e increduli.

Vorrei porre a me stesso e ai lettori le seguenti due domande:

1. Possiamo ritenere questa evoluzione del modo di sentire collettivo una conquista della nostra civiltà? Una conquista che ci permetterà di non avere più bisogno di santi ed eroi, di dover credere in una guerra giusta o in un sistema politico perfetto (liberismo, comunismo etc)? I rapporti familiari o d’amicizia potranno essere meno idealizzati e, quindi, più realistici e concreti?

2. Questo scetticismo esistenziale può risultare pericoloso? Nel momento in cui non credo in nessuna istituzione familiare, sociale o economica rischio di essere distruttivo? Oppure, per reazione allo scetticismo, potrebbero nascere fenomeni collettivi da creduloni grazie ai quali, in mancanza di un punto di riferimento, si corre dietro al pifferaio magico di turno?