Alla fine degli anni Novanta tantissimi ragazzi tra i 12 e i 16 anni sono stati portati in Italia con l’inganno, con la promessa di diventare calciatori professionisti. Un sogno che coltivano tutti i bambini del Mondo quando cominciano a tirare calci al pallone, ma soprattutto quelli nati in Paesi difficili, magari martoriati dalla guerra o rasenti la povertà, strappati alle loro famiglie da agenti senza scrupoli pronti a vendere loro garanzie e speranze false.

Una chimera che ha unito Karim Guengane, un ragazzo arrivato tanti anni fa dalla Costa d’Avorio, e di I.A., brasiliano che per non passare altri guai preferisce restare anonimo. Entrambi non sono riusciti a coronare le loro fantasie adolescenziali, ma ora orgogliosamente si accontentano di vivere in un Paese migliore grazie ad un lavoro. Eppure il pallone non lo hanno abbandonato. Entrambi, infatti, oggi sono giocatori del “Balon Mundial“, torneo di calcio che dal 2007 viene organizzato a Torino dalla Regione Piemonte (in collaborazione con l’assessorato comunale allo sport) e che da sempre è ‘dedicato’ alle comunità di stranieri, profughi e rifugiati politici.

Un progetto di mediazione culturale, che comprende sia uomini che donne e che si propone di avvicinare e far dialogare tra loro le diverse comunità di migranti presenti sul territorio piemontese. Un torneo di calcio amatoriale in cui ogni squadra è composta da giocatori provenienti dal medesimo paese. Tra di loro ci sono molti ragazzi che hanno voglia di gridare al mondo le ingiustizie subite. Ragazzi diventati uomini a forza di inseguire un sogno ormai riposto in un cassetto.

L’ivoriano Karim, all’età di 13 anni, fu portato via dall’Africa da un agente italiano che, dopo averlo pagato quattro soldi alla famiglia, promise di farlo diventare un calciatore professionista. Il primo provino all’Arezzo andò bene, il tesseramento sembrava cosa fatta, ma qualcuno si accorse che Karim era clandestino: senza i documenti in regola, immediatamente la società aretina gli precluse la possibilità di giocare. A quel punto il procuratore, o presunto tale, decise di ‘nascondere’ il ragazzo in un residence di una zona degradata. Lì Karim ne ha viste di tutti i colori, abbandonato a sè stesso. La federazione, attraverso una segnalazione, ha squalificato a vita sia l’agente che lo ha portato in Italia, sia uno dei dirigenti della squadra. L’aspirante calciatore, invece, ha rischiato di essere rispedito al suo paese d’origine. L’unica possibilità di salvezza, a questo punto, diventa quella di raggiungere un parente italiano, così decide di andare a far visita ad uno zio a Napoli.

Qui una squadra locale di Seconda categoria si accorge delle sue potenzialità, gli trova un lavoro e lo fa giocare. Dopo un campionato da protagonista, viene chiamato dal Napoli, che lo inserisce nelle giovanili. Ha già 16 anni e l’uomo che l’aveva prelevato in Costa d’Avorio si fa risentire vantando pretese economiche. La società partenopea collega subito il ragazzo alla vicenda dell’Arezzo e preferisce lasciar perdere. Karim non si dà per vinto e accetta di trasferirsi a Torino, chiamato da una squadra che disputa i campionati dilettanti. Si fa avanti anche il Toro, ma l’eco della vicenda aretina e il suo status di clandestino lo portano di nuovo in mezzo ad una strada. Troppo rischioso tesserarlo.

La vicenda si ripete un anno dopo al Monza. A quel punto, caduto in depressione, Karim decide di lasciar perdere fino a che, a 19 anni, un’azienda torinese gli offre un contratto in regola a patto che giochi nella squadra locale. Ora non è più clandestino, ha un lavoro con cui può mantenersi e gioca comunque a calcio. Non da professionista, ma si ritiene comunque fortunato.

Stesso discorso per I.A., brasiliano di 26 anni, approdato cinque anni fa in Europa con la promessa di un ingaggio in una squadra importante, svizzera o italiana, dopo essere stato ‘avvistato’ nell’Ipatinga, nella Serie B dello stato di Minas Gerais, in Brasile. Giunto in Svizzera, fa un paio di provini in altrettante squadre di Serie A che decidono di tesserarlo. I suoi documenti, però, non sono in regola e quindi non se ne fa nulla. Lo scout che l’ha scoperto fa perdere le sue tracce e lui si trova sperso, da clandestino, in un Paese di cui non conosce nemmeno la lingua. Dopo qualche tempo decide di trasferirsi in Italia e si mantiene facendo prima il manovale in un’impresa edile, poi il trasportatore ed infine l’imbianchino.

Tutti lavori che però non gli permettono di mettersi in regola. Si fanno avanti la Pro Vercelli e il Lotto Giaveno, ma si scontrano con il solito problema: niente documenti, niente tesseramento. I.A. è tutt’ora clandestino, ma l’età non gli permette più di coltivare il sogno. Il treno del professionismo è passato e lui non è riuscito a salirci. Per colpa della burocrazia e di un agente se non disonesto, certamente non sincero. Stessa sorte per altri suoi cinque amici, di cui ha perso le tracce da anni. Karim e I.A. sono solo due esempi di tanti ragazzi strappati alle loro famiglie e al loro paese d’origine con false promesse. Ci sarebbero tante altre storie da raccontare, tra cui quella di Mustafa, detto Baha, ex portiere di Serie A in Senegal, venuto in Italia a cercar fortuna di sua spontanea volontà ma anch’egli rimasto incastrato nel labirinto della burocrazia italiana ed infine stritolato nella fauci dei procuratori italiani che gli hanno chiesto ingenti somme di denaro per portarlo in giro per provini. Tre storie note, a fronte di centinaia di cui non si sa nulla per un fenomeno che non conosce crisi. Perché anche la speranza e il sogno a volte sono clandestini.