Ho una figlia di 19 anni e una di 15, che sono l’esperienza più bella e impegnativa della mia vita. Perciò, pur essendo gioiosamente uscita da quel terrorizzante periodo della vita che qualche deficiente ha definito “età feconda”, mi preoccupa che il nostro Paese – che, secondo l’Istat, somiglia alla Grecia nella spesa per l’istruzione scolastica, alla Bulgaria per la spesa della famiglia per ricreazione e cultura, all’Ungheria nel coefficiente di lettura di quotidiani – si affianchi all’Iraq e al Botswana per la percentuale di uso della pillola contraccettiva. La cosa ha innescato considerevoli riflessioni sul mio destino di madre presente e nonna a venire. Sono una donna moderatamente alfabetizzata, moderatamente terrona, e poco abile nella comprensione del mondo. La mia esperienza di maternità è stata deliberata e fortunata. Uno dei miei romanzi di qualche anno fa descrive l’esilarante esperienza del mio primo parto, nel quale ho dato una tale prova di panico e di comportamenti errati della puerpera che per un po’ il romanzo è stato usato nei corsi preparto, come esemplificazione di quello che NON si deve fare (Cuore Meticcio, 1998).

La mia esperienza di insegnante è costellata di studentesse costrette e interrompere gli studi perché il nostro paese somiglia all’Iraq. Una compagna di scuola elementare di mia figlia grande ha appena avuto il suo primo bambino. Qualche giorno dopo averlo saputo e in preda al terrore, sono andata dalla mia ginecologa e amica per consultarmi sui consigli da dare alle mie figlie quando sarà il momento. Sono uscita da questo colloquio pensando che avrei volentieri rimpinzato le mie figlie di pillole, le avrei costellate di cerotti contraccettivi e, tanto per andare sul sicuro, avrei inguainato i loro fidanzati, per intero, dentro un gigantesco anticoncezionale. Due, giganteschi anticoncezionali, che magari il primo poteva avere un difetto di fabbrica. Ora, questo non si può fare, evidentemente. Però la preoccupazione resta. La documentazione riporta una miriade di motivi possibili per questa resistenza a ingoiare una pillola. Tra essi c’è anche, come quando io ero adolescente, la convinzione che di sesso, in famiglia, non si debba parlare. Meglio mettersi nelle mani del Divino Capoclasse, il Manager Supremo, il Progettista Eccelso, insomma LUI. Che, comprensibilmente, con tutti gli ineffabili guai che si ritrova, ha ben altro da fare.

Però questo è un problema, non risolvibile con energiche e apocalittiche proibizioni. “Quando ero ragazzino, – scrive Auslander ne Il lamento del prepuzio, – mi dicevano che quando fossi morto e andato in Cielo, gli angeli mi avrebbero portato in un grande museo pieno di quadri che non avevo mai visto prima, i quadri che sarebbero stati creati con tutto lo sperma artistico che avevo sprecato in vita mia. (…) Poi gli angeli mi avrebbero portato in un’enorme casa di preghiera con centinaia di migliaia di ebrei che pregavano e studiavano gli ebrei che sarebbero nati se io non li avessi uccisi, sprecati, asciugati con un calzino sporco nel corso del ripugnante disastro della mia spregevole esistenza (ci sono grosso modo cinquanta milioni di spermatozoi in ogni eiaculazione. Fa più o meno nove Olocausti a ogni sega. Quando mi dissero questa cosa, stavo per entrare nella pubertà, o la pubertà stava per entrare in me, e commettevo genocidio, in media, tre o quattro volte al giorno)”.

Allora che fare? Non lo so. Però penso che un figlio sia un figlio, non un incidente di percorso. Il concetto di incidente implica una imprevedibilità che non si ascrive alle esperienze di questo tipo. Al contrario, è prevedibile che se non sai una cippa di quel che è meglio fare in questi casi, finirai per non scegliere. E stando alle statistiche di coppie che non scelgono ce n’è, in Italia, tante quante in Botswana e in Iraq.