La condanna all’ergastolo dell’ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla – per “la pratica sistematica e generalizzata di sottrazione, detenzione e occultamento di minorenni” in occasione del “sequestro, prigionia, sparizione o morte delle loro madri, nel quadro di un piano generale di annichilimento che dispiegò su parte della popolazione civile con la giustificazione di combattere contro la sovversione” – costituisce un trionfo straordinario della società sul terrorismo di Stato che la soggiogò tra il 1976 e il 1983.

Sono stati condannati anche altri sei capi militari, come Benito Bignone, pure lui ex dittatore, che ordinò di bruciare tutta la documentazione su questi casi; l’ex capo della più grande guarnigione dell’esercito di Buenos Aires, il generale Santiago Riveros, che nel 2000 era già stato condannato in contumacia dalla II Corte d’Assise di Roma per crimini contro cittadini italo-argentini . Inoltre, i giudici hanno inflitto una pesante condanna a un medico della Marina, che nei campi di concentramento clandestini assisteva al parto delle donne incinte, alle quali venivano strappati i bambini appena nati mentre loro venivano uccise. I neonati erano consegnati a famiglie sterili di militari.

Il maggior consigliere giuridico della dittatura, il generale avvocato Horacio Cerdá, ha fornito una giustificazione di questa inconcepibile pratica perversa, dicendo che altrimenti sarebbero cresciuti nell’odio verso le Forze Armate e da grandi avrebbero cercato vendetta. È lo stesso ragionamento a cui ricorsero i giovani turchi quasi un secolo fa e i nazisti più di cinquant’anni fa per giustificare lo sterminio dei bambini armeni ed ebrei.

La pena minore, a cinque anni di reclusione, è stata quella inflitta alla moglie di uno dei militari condannati, che allevò come proprio uno di quei figli rubati. La donna ha dichiarato di essere anche lei una vittima, sottomessa alla violenza del marito, che ha definito psicopatico. Sono stati invece assolti un agente dell’intelligence e un ammiraglio, contro i quali i giudici del tribunale non hanno trovato prove sufficienti. Le pene più basse e le assoluzioni provocano indignazione tra i familiari delle vittime, come ha detto chiaramente uno dei figli rubati, che ha potuto recuperare la propria identità solo dopo 32 anni.

Anche così si ha comunque una prova incontestabile del fatto che in questi veri processi si garantisce il diritto di difesa a coloro che non lo concessero alle loro vittime. L’Argentina costruisce così la sua istituzionalità democratica, opposta a quella del terrorismo di Stato. Le leggi del punto final e della obediencia debida varate dal presidente Raúl Alfonsín e i provvedimenti di indulto firmati dal presidente Carlos Menem perdonarono tutti i delitti tranne il saccheggio dei beni delle vittime e il furto di bambini, che le Abuelas de Plaza de Mayo chiamarono i “desaparecidos vivi”.

Questa è stata la prima finestra che ha permesso di dare l’assalto al bastione dell’impunità. Nel 1995, la confessione del capitano della Marina Adolfo Scilingo, che dagli aerei in volo gettò trenta prigionieri vivi in mare, portò all’apertura dei processi per accertare la verità: sebbene non si potessero condannare i colpevoli, lo Stato era obbligato a informare ogni famiglia di ciò che era accaduto con i loro desaparecidos.

Nel 1998, quando si è compiuto mezzo secolo dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sotto l’impatto dell’arresto dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet a Londra, la giustizia argentina ha cominciato a scavare nei casi dei bambini rubati, che le leggi non avevano dichiarato chiusi, e ha arrestato Videla e l’ex ammiraglio Emilio Massera. Le richieste di estradizione di un centinaio di militari argentini presentate dal giudice spagnolo Baltasar Garzón, le condanne di Massera e degli ex-generali Riveros e Carlos Suárez Mason nell’aula bunker di Rebibbia, dell’ex-capitano Ignacio Astiz in Francia e l’estensione dei processi per la verità in tutto il Paese hanno creato una nuova realtà. Il Centro de Estudios Legales y Sociales che presiedo chiese nel 2000 che le leggi sull’impunità venissero annullate e la giustizia lo concesse nel 2001, quando ricorreva un quarto di secolo dal golpe militare, in una causa nella quale due poliziotti erano agli arresti per il furto di una bambina, ma non potevano essere condannati per il delitto più grave: aver ucciso i suoi genitori.

Nel 2003 c’erano già un centinaio di alti ufficiali detenuti. Quell’anno, quando si insediò alla presidenza, Néstor Kirchner si impegnò a fare in modo che quei processi andassero avanti. Nel 2005 la Corte Suprema di Giustizia rimosse l’ultimo ostacolo. In visita nel Paese, quello che ora è l’ex-giudice Garzón dichiarò che l’evoluzione della giustizia in Argentina è unica al mondo.