“A Villa Giulia è più difficile mangiare qualcosa che vincere il Premio Strega”. Filippo Bologna, giovane scrittore della scuderia Fandango, lo dice con ironia ma anche con un filo di amarezza da languore. In questo clima torrido che precede la scelta dell’Eletto nella Cinquina, orde di signore incartapecorite e aspiranti scrittori settantenni si scannano per una tartina nelle due chilometriche tavole disposte ai lati del Ninfeo della splendida Villa Giulia. La lotta per un piattino alle 21.30 raggiunge vette inarrivabili di violenza, non meno epiche dell’assalto al forno delle grucce, di manzoniana memoria. Gli unici serviti e riveriti sono i protagonisti della Cinquina, con in testa Emanuele Trevi, con la sua camicia aperta e il cornetto scaramantico al collo, e Alessandro Piperno, inchiodato al tavolo Mondadori, rifornito in continuazione di cibo che non tocca, per l’ansia da prestazione. Gianrico Carofiglio è in piedi, si aggira nervosamente, si capisce bene che sta pensando con nostalgia al pranzo che la Rizzoli gli ha offerto al Majestic e alle fettuccine alla Norma di Filippo La Mantia, lo chef-cameriere di divi e di politici attovagliati.

Puntarella Rossa prova ripetutamente a rompere la coda per il buffet, un serpentone compatto e ondeggiante, scosso da improvvisi litigi, signore eleganti che sbottano, uomini azzimati che agitano bastoni in segno di minaccia nei confronti di giovani cinquantenni che furbescamente cercano di aggirare la coda. Una ragazza fasciata in una tunica da Strega oscilla sul tacco 12, maledicendo il brecciolino che le fa perdere l’equilibrio e le mozzarelline. Una donna, esasperata per non essere riuscita a trovare una forchetta, agguanta del materiale molliccio con le mani e viene subito redarguita da un signore elegante: “A signò e nun se fa così, e che cazzo”. Con uno scatto di reni riusciamo a recuperare un piattino e delle posate ma alle 22 la battaglia si è già conclusa e sul terreno giacciono acini schiacciati, rivoli di panna, pezzi di pane della Conad. Avvistiamo da lontano un paio di tristi fettine di ananas, subito inanellate e ingerite, per fare densità, come direbbe Dossena, in vista della lunga serata d’attesa.

Il Ninfeo boccheggia e neanche il pessimo e anonimo spumantino servito a fiumi riesce a dare un qualche sollievo. Trevi è circondato dalla solita compagnia di giro romana, intellettuali anorgasmici, gente che per una recensione positiva accoltellerebbe la madre (del vicino). Piperno coltiva sedentarie ipocondrie. Al suo fianco lo coccola un raggiante Pigi Battista, che tradisce Rcs per Mondadori; a incoraggiare Gianrico Carofiglio è arrivato Paolo Mieli, sempre più ieratico e severo, a colloquio con Rutelli e poi Alemanno e poi Croppi; Trevi si deve accontentare del solito Matteo Nucci, e di Fabrizio Gifuni, inguainato in un completino nero da emaciato attore strehleriano.

Sui tavoli, i resti avariati dell’ultima cena, con l’ombra del Giuda che accoltellerà il povero Trevi, in vantaggio fino alla fine. Unica consolazione degli astanti, le bottigliette di quel misterioso liquido beneventano che dà il nome allo Strega. Gianluca Nicoletti, feroce e geniale conduttore di Melog, le chiama da uomo colto mignonnette e se n’è scolate cinque, per la disperazione. Le bottigliette giacciono sul tavolo insieme a ossi di seppia e articoli sportivi, mentre Nicoletti finge di riconoscere una signora che lo approccia, devastata da anni di chirurgia estetica e party letterari. Tra i tavoli vagano gruppi di sbandati, incattiviti dall’inedia, senza neanche un briciolo di quell’eleganza che aveva il protagonista di “Fame”, il Nobel di Knut Hamsun (ma gli astanti sapranno chi è Knut Hamsun?).

La serata è finita. Si va tutti alla festa Mondadori, per dimenticare. Piperno si scola dal bottiglione un lungo sorso di Strega, dimostrando un coraggio straordinario. La vittoria ha il sapore dello Strega: dolciastro, viscoso, pessimo. E il colore giallo zafferano del liquore dalle 70 erbe e dalla ricetta segreta, che nessuno vuole conoscere. La sconfitta ha il sapore della Strega, quella vera, della Pazza, di quella Laura Betti che trascinava Trevi a mangiare alici fritte nei ristoranti di Prati e la cui risata, sguaiata, volgare, echeggia terribile nel Ninfeo deserto di Villa Giulia.