Il Governo ha affidato a Enrico Bondi il compito, non difficile, di identificare le aree di spreco dello Sato sulle quali intervenire proponendo tagli strutturali.

Bondi ha svolto, sembra diligentemente, il suo compito e, come era largamente ipotizzabile, ha fornito un lungo elenco di possibili tagli in aree nelle quali anche i bambini della scuola materna sono ormai consapevoli che è improcrastinabile agire con la scure.

Chi può infatti dichiararsi stupito di apprendere che il numero dei nostri dipendenti pubblici è abnorme rispetto agli altri Paesi europei, Germania in testa, che mentre ci sono regioni relativamente virtuose nella gestione della sanità (Lombardia in testa) ve ne sono altre (Sicilia, Lazio etc.) dove tutto sembra costare assurdamente di più, che abbiamo un numero di sedi giudiziarie abnorme rispetto alla media europea, che abbiamo una pletora di Province le cui attività e competenze vanno spesso a sovrapporsi a quelle di regioni e comuni, che abbiamo comuni con un numero irrisorio di abitanti e chi più ne ha più ne metta.

Il punto non era capire dove sono le sacche di inefficienza, parassitismo, clientelismo e corruzione, perché, ripeto, per questo sarebbe stato sufficiente chiedere ai bambini della 2° elementare di scrivere un pensierino sui tagli necessari al Minotauro statale; il vero punto è l’attuare quelle misure che ristabiliscano un corretto rapporto tra classi produttive e amministrazione dello stato e suoi servizi, che riequilibrino anche territorialmente l’uso (o abuso) delle risorse e che soprattutto liberino energie da utilizzare ai fini della crescita tecnologica e sociale della nazione togliendole dalla palude dell’assistenza sine die.

Se piove di quel che tuona, siamo lontani dal poter fare quanto sopra; dove tagliare è chiaro, ma quanto al coraggio di farlo, citando Alessandro Manzoni, tocca dire che “se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare”.

Il precedente ministro dell’economia, Giulio Tremonti, dopo avere cozzato inutilmente contro il muro di buona parte della sua area politica tentando di introdurre il concetto di “costi standard” nella spesa pubblica, ripiegò sui tagli lineari i quali possono raggiungere un identico risparmio ma lo fanno in maniera iniqua e spesso insostenibile, rispetto alla applicazione degli standard di spesa.

Anche l’attuale Governo pare purtroppo dover fare buon viso a cattiva sorte e dovrà (ammesso che riesca a portarli a casa, data l’opposizione già annunciata di Sindacati e forze politiche) accontentarsi di tagli lineari: 10% in questa voce di spesa, 5% in quell’altra, uniformemente sul territorio nazionale; non sarà facile spiegare a un cittadino lombardo perché deve far dimagrire la sanità della sua regione del 5%, tagliando forse servizi già efficienti e ottimizzabili solo eliminandoli, mentre il Lazio continuerà a spendere in sanità con lo stesso moltiplicatore di prima rispetto alla Lombardia o al Trentino.

Detto questo, anche tagli lineari di basso profilo potrebbero diventare una chimera che mai si materializzerà, perché le forze politiche, le quali si sono tutto sommato adeguate abbastanza facilmente alle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro, sui tagli all’apparato amministrativo sembrano stare organizzando una resistenza insormontabile; sembra di nuovo tramontata la possibilità di (almeno) ridurre il numero delle province probabilmente perché ciascun politico con poco respiro da statista guarda più all’orticello della sua circoscrizione che alle innumerevoli analisi che sottolineano le inconcepibili discrepanze tra la nostra struttura statale e quelle degli altri stati, ma anche tra il trattamento riservato a lavoratori privati, autonomi e imprenditori rispetto a quello dei dipendenti pubblici.
Invece, sembra di nuovo tramontata prima di sorgere la possibilità di (almeno) ridurre il numero delle province; non si elimineranno i piccoli ospedali e si intravede resistenza persino sul tetto di 7 € ai buoni pasto degli statali, quasi come se nell’imprenditoria privata i lavoratori, che mediamente hanno quello e anche di meno, facessero la fame.

Beninteso, le riduzioni dello spending portano inesorabilmente anche a riduzioni di personale e, al di là del pericoloso impatto ulteriormente recessivo nell’immediato, da cui occorre guardarsi, vi è l’obbligo di attuarle con la dovuta accortezza e prevedendo misure mitiganti che le rendano sostenibili; tuttavia le uniche alternative a una ristrutturazione della spesa sono ulteriori tasse oppure altri tagli alle pensioni previdenziali che hanno già dato oltre il dovuto, con l’aggravante che accentuerebbe ulteriormente il divario tra “figli e figliastri”, tra categorie produttive e struttura amministrativa e sociale dello Stato.

E questo treno che potrebbe passarci davanti senza fermarsi potrebbe essere l’ultimo, perché se manca ora la forza di attuare misure a tempo scaduto, subito dopo che si sono toccati duramente e senza remore settori già allineati all’Europa quale quello previdenziale e mentre i conti pubblici urlano di dolore, davvero non c’è speranza di poterlo fare mai.

Quindi: se non ora, quando?