Scordatevi la chitarra come fino ad ora l’avete vista e sentita suonare: perchè quello di Paolo Angeli è uno spettacolare strumento a 18 corde, 6 normali, 8 posizionate di traverso e 4 sospese, corredato da una serie di martelletti, pedaliere, eliche e pick up. Un mix tra una chitarra, un violoncello e una batteria , costruito dallo stesso Angeli: con un suono così unico che Pat Metheny (era il 2003) se ne fece costruire una uguale dallo stesso Angeli dopo aver assistito ad una sua performance. Così oggi esistono due esemplari di chitarra sarda preparata, come la chiama con orgoglio isolano Angeli, o Paolo Angeli’s guitar, come l’ha ribattezzata Metheny. Lunedì 9 luglio alle 22 il musicista sardo sarà in concerto a Bologna alla Corte del Casalone (via San Donato 149). Assieme a lui la Piccola Orchestra Gagarin, con il violoncellista russo Sasha Agranov e lo spagnolo Oriol Roca alla batteria e percussioni.

Come nasce il progetto della Piccola Orchestra Gagarin che a quanto leggo è un mix di “episodi indy rock, pop d’avanguardia, free jazz e musica tradizionale della Sardegna”?

POG nasce come un’estensione naturale della nostra vita quotidiana. Io, Oriol Roca e Sasha Agranov ci siamo conosciuti a Barcellona. Di fatto non abbiamo mai fatto una prova: ci troviamo per cenare al Can Maño (fantastica bettola alla Barceloneta) o a casa mia. Tra i vari Platos Combinados a base di pesce freschissimo riflettiamo sulla vita, sul fare musica e sui nostri percorsi diversissimi. Il rispetto della nostra diversità e la profonda amicizia che ci unisce sono il collante che determina la convivenza armoniosa degli ingredienti musicali citati sopra. La dedica a Gagarin è un omaggio a chi ha rischiato il non ritorno per un’avventura: in un certo senso è lo spirito con cui affrontiamo i concerti, con le nostre immancabili tute d’astronauta taroccate. 

Da dove deriva la tua passione per gli strumenti e qual’è il valore aggiunto della costruzione del proprio strumento musicale?

Sono un curioso e sono attratto da tutto quello che si allontana dalle cose che già conosco. Il musicista è un ladro: cerca continuamente di riciclare le influenze e gli incontri. Il valore aggiunto di creare un proprio strumento è pensare alla musica come ad una materia viva e plasmarla in tempo reale con la tua poetica. Se per esprimere un concetto è necessario modificare una chitarra in un violoncello, in una ghironda o in una percussione, perchè non farlo? Dopo il cambiamento devi imparare a suonare quello che a tutti gli effetti è un nuovo strumento: è un vivere la musica da artigiano, alimentato da una curiosità ludica.

Ti sei trasferito a Barcellona da qualche anno, dopo la laurea al Dams di Bologna. Si è trattato di una fuga, di un necessario percorso o cos’altro? Cosa hai trovato in Spagna che l’Italia non ti aveva offerto?

Vivo a Barcellona dal novembre 2005 ed è una città che tuttora amo profondamente e mi emoziona. Ero saturo di Bologna. Avevo l’impressione che un ciclo si fosse chiuso e che per quanto fosse stato fantastico, denso di stimoli ed emozioni, ero troppo giovane per non continuare a scavare. A Barcelona mi sono sentito leggero, per gli spunti quotidiani che mi offre questa città di porto: è un crocevia di culture e di passioni. Qui avverti una continua tensione tra oriente e occidente, tra antico e contemporaneo, si percepisce tanta voglia di Europa ma è strettissima la parentela con l’altra sponda del mediterraneo: apri la finestra e i vicoli della Ribeira ti raccontano tutto questo.

Com’è avvenuto l’incontro con Pat Metheny, e come è stato trovarsi di fronte ad una leggenda della musica?

Con Pat ci siamo incontrati nel 2001. Puoi immaginare cosa ho provato nel confrontarmi con un idolo della mia adolescenza che  confermava le mie scelte azzardate chiedendomi la costruzione di una chitarra. Superata la sbronza della sorpresa, l’avventura è andata ben oltre la collaborazione che ha visto la nascita delle due chitarre gemelle. È nata una stupenda amicizia e, dopo aver suonato insieme, Pat è sempre tra i primi a ricevere la copia master dei miei lavori. Penso che Pat sia un musicista ed una persona straordinaria ed è bellissimo che i nostri percorsi, che si sviluppano autonomamente, convergano a cadenza annuale in scambi umani ricchissimi, riflessioni sul fare musica che alimentano la mia voglia di esplorare.

Ti sei allontanato ma la Sardegna ti rimane nelle viscere, e non solo a livello musicale. Un senso di appartenenza fortissimo che si ritrova in molti sardi. Perchè secondo te?

Perchè è un’isola, e allontanarsi dall’Isola comporta il taglio di un cordone ombelicale. Chi trova questa forza acquista un senso di libertà unica. L’isola ha un inizio ed una fine: sei radicato, non hai paura di perdere l’orientamento, conosci il limite degli esseri umani e questo senso di finito ti da molta più serenità nell’affrontare le scelte in questa società in continua metamorfosi. Il mare non ci isola: ti dice che li finisce la terra. In questo senso il mare è il mio massimo stabilizzatore naturale.