Si attendeva con ansia l’illuminato parere del professor Ernesto Galli nonché della Loggia sulla trattativa Stato-mafia e sulle pressioni del Quirinale per tentare di deviare il corso delle indagini. E ieri, finalmente, è arrivato sul Corriere della sera.

Anzitutto, sia chiaro che la trattativa è solo “supposta”, mentre le pressioni del Quirinale sono “presunte” e dunque le polemiche sono “infondate”. A due settimane dalla pubblicazione delle telefonate Mancino-D’Ambrosio, nessuno ha ancora indicato quale norma consenta al capo dello Stato e ai suoi consiglieri di ordinare il “coordinamento” delle indagini fra diverse Procure (peraltro già disposto dal Csm e da Grasso un anno fa). Ma queste – trattativa e pressioni – per Galli della Loggia sono quisquilie. Il “dato centrale” delle telefonate è un altro: “lo stato d’animo di Mancino”. L’ex ministro dell’Interno, presidente della Camera e vicepresidente del Csm, ora privato cittadino ma speciale, al punto di potersi lamentare col capo dello Stato dei pm che lo interrogano, “non è per nulla tranquillo… posseduto da un’inquietudine angosciosa, molto simile alla paura… Paura di essere ‘incastrato’ dai magistrati che conducono l’indagine… di diventare vittima di qualche loro ‘teorema’, di un loro partito preso che lo trasformi da testimone in imputato”. Infatti di lì a poco lo divenne, per falsa testimonianza.

Un ingenuo dirà: se non sta bene, si prenda un tranquillante; se invece ha qualcosa sulla coscienza, se ne liberi. Invece no: Galli della Loggia e il Corriere che lo ospita in prima pagina hanno deciso di infangare tutta la magistratura inquirente del Paese, accusandola di condotte gravissime, criminali, eversive: la paura di Mancino non è “un mero fatto personale”, ma “la spia di una condizione generale del Paese”. Chissà che gente frequenta, Galli della Loggia: a suo avviso, 60 milioni di italiani han paura come Mancino. E di che? Delle tasse? Delle banche? Della disoccupazione? Di non arrivare a fine mese? Della mafia? No, di tutti i pm, che com’è noto passano il tempo a “incastrare” il primo che passa per la strada per poterlo accusare di aver trattato con la mafia o di aver mentito sulla trattativa. Supposta, s’intende. “Alzi la mano chi, nelle sue condizioni, non avrebbe gli stessi timori”.

Dite la verità, cari amici che leggete questo articolo: chi di voi non ha mai temuto di essere incastrato nelle trattativa Stato-mafia? Ergo, i partiti si liberino al più presto del “timore di passare per ‘nemici dei giudici’” e riformino su due piedi la giustizia, anzi “l’accusa”, cioè “le “Procure” perché la smettano di incastrare e spaventare milioni di piccoli Mancino. Il solito ingenuo dirà: ma per non finire indagati, pardon “incastrati” per falsa testimonianza sulla trattativa basta non mentire sulla trattativa. Certo, ma andatelo a spiegare a Galli nonché della Loggia. Lui non sa (non legge nemmeno il suo giornale) che Mancino è indagato non in base a un “teorema”, ma in seguito alle due bugie che è accusato di aver raccontato al processo Mori. Primo: dice che nel giugno ‘92, quando stava per diventare ministro dell’Interno al posto di Scotti, lo pregò in ginocchio di restare al Viminale. Peccato che Scotti lo smentisca. Secondo: dice che mai Martelli l’avvertì dei contatti border line del Ros con Ciancimino. Peccato che Martelli lo smentisca.

Non contento, dice pure di non aver saputo nulla del mancato rinnovo del 41bis a 334 mafiosi da parte di Conso nel novembre ‘93. Strano, perché in agosto la Dia l’aveva avvertito con una nota riservata firmata da Gianni De Gennaro che le stragi di luglio erano finalizzate a una trattativa per ammorbidire il 41bis e qualsiasi cedimento su quel fronte sarebbe stato letto dai boss come una resa dello Stato e avrebbe prodotto altre stragi. Ma tutto questo Galli non lo sa, e nemmeno della Loggia. Infatti scrive che “tutto porta a escludere” che Mancino “sia responsabile di qualcosa”. Tipico intellettuale di un Paese dove la mafia è sempre certa, ma lo Stato no. Al massimo, è uno Stato d’animo.

Il Fatto Quotidiano, 4 Luglio 2012