Ho avuto modo di assistere, recentemente, alle relazioni tenute dagli studenti del terzo anno dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, a seguito dei viaggi didattici che avevano compiuto – in piccoli gruppi – alla scoperta del mondo del mare e della pesca in otto diversi territori d’Italia. I reportage degli studenti sono un mix di parole, fotografie e videointerviste e proprio dalle parole raccolte nei filmati, con le testimonianze dei pescatori e delle loro famiglie, ho percepito il terribile rischio che stiamo correndo: i pescatori, almeno in Italia, sono a rischio di estinzione! Dalle marinerie della costa tirrenica calabrese a Chioggia, da Lampedusa a Mola di Bari, la voce sembra ormai una sola e parla di un mestiere che non solo teme di non avere più un futuro, ma sente addirittura già di non avere più un presente. Ovunque i problemi lamentati sono gli stessi: in mare non c’è più pesce; i costi (gasolio in primis) sono insostenibili per i sempre più magri guadagni portati a casa; la burocrazia e le leggi soffocano il settore e in particolare i piccoli pescatori; le regole del mercato sono pensate solo in funzione della distribuzione; la concorrenza dei grandi pescherecci iper tecnologici è insostenibile, mentre quella della pesca sportiva amatoriale talvolta diviene insopportabile. Domina, nelle parole dei protagonisti un senso d’impotenza che è persino più frustrante della consapevolezza delle proprie debolezze.

Ed è al contempo incredibile costatare come queste persone siano visceralmente attaccate al loro mestiere: non a casa parlano spesso di “passione” riferendosi a quello che in realtà a noi pare un durissimo lavoro. Uno studente, che ha voluto costruire un parallelo tra i mestieri della terra (pastore o contadino) e quelli del mare, notava come i pescatori gli fossero sembrati più attaccati al mare dei pur cocciuti e testardi agricoltori che gli è capitato di incontrare.

C’è anche qualche spiraglio di luce, per fortuna, e lo rappresentano situazioni differenti che si possono incontrare nei diversi territori ma che se messe assieme compongono un mosaico utile a dare almeno qualche speranza: ad esempio ci sono ancora giovani che hanno voglia di fare questo mestiere, pochi ma ci sono; i pescatori si stanno finalmente rendendo conto della situazione e della necessità di essere più coscienti dei problemi del loro settore e della necessità di essere parte della soluzione; laddove si è condiviso, anche se a fatica, un progetto di gestione controllata delle risorse ittiche (soprattutto per favorire il ripopolamento degli stock ittici), si sono ottenuti risultati importanti.

Servirebbero più formazione per gli addetti del settore e una maggiore coscienza, nei decisori politici, di quello che è il ruolo importantissimo della piccola pesca per il nostro paese: purtroppo, finché ci limiteremo a giudicare un settore dal numero di addetti e dal fatturato, non potremo mai coglierne il reale valore.

Ciò che serve di più, però, è che gli italiani si rendano conto di vivere in un paese circondato da 7.500 km di coste, che nella pesca ha un pezzo di storia, di identità e aggiungo anche di futuro: si può diventare sponsor di questo mondo meraviglioso anche solo imparando a mangiare i pesci giusti (che quasi sempre sono anche i meno cari!).