Li si nota di più ora che vanno che se non fossero andati, anche se moralmente avrebbero fatto più bella figura a lasciar la sedia vuota. L’amletico dubbio morettiano di Ecce Bombo è stato risolto dai premier italiano e spagnolo che stasera saranno vicini da nemici, dopo esser stati accanto da alleati al vertice europeo salva-paesi-in-crisi (Spagna e Italia in testa). Ecce Monti a Kiev. E pure Rajoy, con buona pace di Iulia Tymoshenko, la pasionaria ucraina ex premier incarcerata dal regime ucraino dal 2011 per abuso di potere.  

Alla vigilia degli Europei la Ue, dimostrando quella così rara e casuale unità d’intenti che ne è ormai il marchio di nascita, ha accusato il governo di Kiev di procedure anti-democratiche nella detenzione della popolarissima leader della Rivoluzione arancione (tra il 2004 e il 2005 la treccia tradizionale che sfoggiava in piazza divenne famosa almeno come il colore scelto per rappresentare la rivolta). Dalla Lady Ashton, l’evanescente ministro degli Esteri europeo, al presidente della Commissione Ue Barroso un coro si levò a maggio sull’opportunità di boicottare gli incontri ufficiali in Ucraina fino a disertare i match della competizione tenuta assieme alla Polonia. Una presa di posizione netta se si tiene conto delle tutt’altro che impavide scelte di politica estera comunitaria, tanto più verso un Paese da dove passa obbligatoriamente buona parte del gas russo che viene usato nei fornelli europei. E proprio i rapporti economico-politici con la Russia sono il nodo della storia recente dell’ex repubblica sovietica (ex granaio dell’Urss, dove più feroce fu la repressione dei kulaki, i contadini proprietari terrieri sterminati per fame da Stalin nella seconda metà degli Anni Trenta) che ha iniziato il suo avvicinamento con le istituzioni europee, Ue e Nato, nonostante la forte presenza, anche militare, russa (che è anche la seconda lingua nazionale). Ogni inverno tra Ucraina e Russia si rinnova la sfida sui costi di passaggio e i tagli delle quantità di gas, con la voce grossa che proviene dal Cremlino e gli imbarazzi europei se scegliere di sostenere il David ucraino o il Golia russo, in un intreccio di delicate convenienze e tenui difese dei valori democratici fondamentali.   

Ma adesso è estate, fa un gran caldo e la guerra del gas è lontana. Mentre l’impatto immediato di una vittoria nel campionato continentale ingolosisce (e aiuta, in termini di consenso interno) assai più di sterili e vacue, agli occhi di molti, crociate sui diritti umani. Per questo Monti ha avuto parola facile a motivare il suo viaggio-premio a Kiev (nel senso che tradizionalmente dovrebbe essere il capo dello Stato a occupare il posto d’onore in tribuna: Napolitano era alla finale del 2006, Pertini a quella dell’’82, ma il pur molto vicino agli Azzurri Napolitano pare voglia lasciar gloria – o delusione? – sportiva al “suo” premier fresco di successo euro-economico).   

Il dossier sulla Tymoshenko era già stato affrontato ben prima della semifinale di giovedì con la Germania, ha spiegato ai giornalisti il premier tenendo a precisare che anche la Merkel sarebbe andata, al suo posto, alla finale; e la Cancelliera è il politico europeo che più si è speso per la Tymoshenko, facendo pressione perché la carcerata (che ha accusato il governo del presidente Janucovic di averle inferto sevizie e torture) venisse trasferita dal carcere femminile di Kharkiv all’ospedale, sotto il controllo di medici tedeschi. Gongolano dunque gli ucraini che ieri ringraziavano Monti e Rajoy per aver deciso di “non confondere calcio e politica” e non aver boicottato la finale. Come se calcio e politica non vivessero una commistione continua e storica, dove spesso la seconda tira la maglia al primo (lo sport più popolare del mondo) per farne bella mostra. Da Argentina ‘78 in poi. E anche prima.

Il Fatto Quotidiano, 1 Luglio 2012