Un disastro evitato, ma tanti nodi che restano. Per Mario Monti e il governo, infatti, il peggio non è affatto passato, anche se i risultati ottenuti allontanano concretamente l’ipotesi di una crisi al buio con tanto di elezioni anticipate ad ottobre. Il “baratro”, insomma, si è spostato solo un po’ più in là, ma le misure annunciate per rimettere a posto la spesa pubblica e le manovre per lo sviluppo sono ancora tutte da declinare. E, soprattutto, da approvare in tempi rapidi. Va bene aver strappato un buon accordo, ma i compiti a casa restano ancora tutti da fare.

Certo, se fosse fallito il vertice di Bruxelles, Mario Monti sarebbe tornato in gran fretta a Roma dove l’avrebbero atteso, già seduti al tavolo rotondo di Palazzo Chigi, i ministri Passera – con Enrico Bondi al fianco – Grilli, Moavero, Giarda e pure la Fornero. Il piano era già stato stabilito; un Consiglio dei ministri straordinario, nella notte di domenica, per varare una spending rewiev micidiale nel tentativo estremo di salvare le banche e titoli da un’onda speculativa che avrebbe inevitabilmente colpito le borse, con conseguenze inimmaginabili per la tenuta dell’intero sistema Italia per non parlare di quello creditizio. Un “film dell’orrore” che qualcuno, ai piani alti del Tesoro e a quelli del governo, si era già immaginato: mentre l’Italia stringe i denti per la finale della Nazionale calcistica, il governo gioca un’altra finale drammatica per tenere in piedi il Paese reale.

Invece Mario Monti, come ha commentato salacemente uno dei protagonisti del summit europeo, si è rivelato “non solo un ottimo economista, ma anche un grande giocatore di poker”. E le misure sul nuovo uso del fondo salva stati a fini anti-spread può essere considerato un risultato politico tutto italiano; quelle norme le hanno scritte Monti, Moavero e Grilli la scorsa settimana, ma con poche speranze di farle digerire alla Cancelliera. È andata in modo diverso, ma ora tocca fare, in qualche modo, i primi della classe.

Lunedì mattina, infatti, Monti riunirà il previsto consiglio dei ministri per il varo della spending review nella parte riguardante il decreto di nomina di Bondi, ovvero i tagli a beni e servizi della pubblica amministrazione. Si tratta solo di uno spicchio della grande torta di riorganizzazione della spesa dello Stato, ma di certo adesso si guarda alla revisione dei meccanismi di bilanciamento dei costi in modo meno ossessivo di prima. Monti, comunque, è stato chiaro. Entro la fine del prossimo mese, ossia dopo che gli accordi di Bruxelles di ieri verranno ratificati nel corso del nuovo vertice dell’ 8 e 9 luglio prossimi, sarà varata la seconda parte della spending, in modo da consentirne l’approvazione definitiva entro l’inizio di ottobre.

Più scivoloso, almeno sul fronte politico, il decreto sviluppo, che è pronto ad essere sottoposto alla discussione parlamentare. A quanto sembra, all’interno del provvedimento rientreranno anche tutte quelle modifiche alla legge Fornero sul lavoro, richieste da partiti e Confindustria, che non si sono potute discutere perché Monti voleva portarsi la nuova normativa sul lavoro a Bruxelles già approvata in via definitiva. Ecco che, quindi, sullo sviluppo potrebbero riaprirsi le fibrillazioni politiche, non solo con i partiti, ma anche con i sindacati, decisi a dare battaglia con maggior vigore di prima. E, soprattutto, con il voto sulla mozione di sfiducia alla ministra Fornero – voluto dall’Idv, ma destinato a trovare consensi trasversali in Parlamento – che si consumerà mercoledì alla Camera. Forse, però, dopo il risultato del vertice, anche la tensione intorno alla ministra del Lavoro potrebbe stemperarsi. Si vedrà. Intanto, quello del decreto sviluppo resta il piatto caldo prima della pausa estiva. Monti dovrebbe chiudere l’estate con la parte sostanziale dell’impalcatura economica già varata dal Consiglio dei ministri e in via di discussione parlamentare. Poi, certo, si entrerà nel vivo con la messa a punto della manovra economica, a fine settembre. E non è detto che allora, nonostante i buoni auspici di oggi, lo spread sia diventato solo un ricordo.

da Il Fatto Quotidiano del 30 giugno 2012