Sarebbe bello poter dire che l’euro è salvo, che l’Unione europea si è rilanciata, che i mercati finanziari sono stati domati, che il problema del debito è risolto. E che il governo Monti può avere in patria la stessa forza che ha dimostrato negoziando con Angela Merkel a Bruxelles. Sarebbe bello, ma sbagliato. I problemi che hanno reso tanto importante e atteso il Consiglio europeo concluso ieri sono ancora lì: Paesi troppo indebitati che non riescono a crescere e soffocano negli interessi da pagare, un’Europa indebolita da egoismi nazionali e dalla sua incapacità di presentarsi come un investimento e non come un costo, partiti italiani liquefatti che impediscono agli investitori internazionali di prendere sul serio il Paese. Perché sanno che dopo Monti toccherà di nuovo a loro governare.

Eppure il faticoso vertice europeo ha cambiato molte cose. Monti si è esposto come mai aveva fatto, essendo uomo prudente, sfidando Angela Merkel non tanto sui singoli provvedimenti (dall’efficacia incerta) quanto sull’approccio alla crisi. Monti ha vinto, la Merkel ha perso.

Ora l’Europa discute di come sostenere i Paese indebitati, invece che del modo in cui far espiare loro gli eccessi e le colpe del passato. Si parla di unione bancaria, non più di salvataggi gestiti dai singoli governi con soldi che non hanno. E per la prima volta il nascente Meccanismo di stabilità, nuova versione del Fondo salva Stati che dovrebbe portare un po’ d’ordine sui mercati, sembra una cosa seria e non l’ennesimo artificio burocratico. Perfino i partiti italiani appaiono diversi rispetto a due giorni fa, sedotti dal successo tattico di Monti si contendono primati di europeismo dopo essersi gingillati con il pericoloso dibattito sul ritorno alla lira. Il Quirinale ha vietato di pensare a elezioni anticipate, ma sarebbe servito a poco senza una legittimazione autonoma del governo. Forte del successo con la Merkel, Monti può ritrovare quello slancio – e quella credibilità – che aveva all’inizio del suo mandato, dopo aver incespicato per mesi tra gaffe ministeriali, promesse non mantenute e incidenti parlamentari. È una seconda occasione, ma anche l’ultima, di dare un senso diverso dalla mera sopravvivenza a questa parentesi tecnica.

Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2012