La questione Cinecittà mi sembra un buon paradigma per riflettere intorno alle ragioni della conservazione.

La questione è nota; Cinecittà, storico studio dove si sono prodotti innumerevoli film italiani e stranieri, fucina e laboratorio permanente della creatività e capacità italiana verrà trasformata in un gigantesco resort completando, in tal modo, una sorta di “transumanza” in cui la cura (cultura) del sogno sarà sostituita dalla cura del corpo. Tipico di questa era, come altrettanto tipici sono i mugugni e lamenti che accompagnano questa chiusura.

Non amo i resort e le Spa e la cosa non mi fa piacere. Amo il cinema ma non sono così inebetito da non ricordare che Cinecittà non esisteva più da parecchio tempo. Non so se il progetto industriale funzionerà, darà posti di lavoro, aiuterà l’economia di Roma. Ma so che Cinecittà abbandonata difficilmente riuscirebbe in questa direzione. So anche che, analoga fine e parecchi anni prima, hanno fatto gli studios americani di Los Angeles ma il cinema americano non si è esaurito in questa chiusura.

L’idea di fare coincidere il cinema con il luogo fisico dove per tanti anni è esistito marca la differenza tra noi e gli americani, tra Cinecittà e Holliwood. Marca la differenza tra una concezione dinamica della realtà (che muta e si espande) e una concezione statica di una realtà immutabile ed ego-riferita.

Il cinema in America continua a produrre film (magari non negli studios voluti da Chaplin corredati di casette per le maestranze) come il cinema in Italia continuerà a produrne. Magari in Puglia che è la regione che più di altre sta attirando le produzioni o magari in altre città. Forse non della stessa qualità ma, in questo caso, non certo perché non prodotti a Cinecittà.

Rimane uno sguardo rivolto eternamente al passato a denotare che il mondo era meglio prima e che le trasformazioni ci inquietano. Rimane una diffusa incapacità di volere fare parte di un processo di trasformazione, di vivere pienamente la realtà del momento, il rifiuto di accettare i mutamenti.

E il rifiuto raramente si traduce in partecipazione. E chi non partecipa non può incidere sui mutamenti.