La London Metropolitan University lancia le aree “dealcolizzate”, zone in cui sarà vietato consumare e vendere bevande alcoliche. Il tutto per rispetto verso 6mila studenti di religione islamica su un totale di 30mila. Il primo a lanciare la proposta fu il professore Malcolm Gillies, qualche settimana fa, a un convegno sulla didattica a Manchester. E obiettivo dell’Università – che ha due sedi in centro a Londra e che è nata dalla fusione fra la University of North London e la London Guildhall University – è arrivare pian piano al completo bando dell’alcol in tutti gli edifici.

Le proteste, tuttavia, non mancano. Scettico il tabloid di destra Daily Mail, che si chiede: «Qual è il confine fra moralità e immoralità?». E qualche dubbio lo solleva anche il conservatore Daily Telegraph, che ricorda alla London Metropolitan University che, appena fuori dalla sua sede principale ci sono sei pub nel raggio di 200 metri. Ma la mossa dell’università – che ha sedi a Holloway Road e anche nella City, vicino a Liverpool Street – fa esultare anche qualcun altro, come le associazioni che combattono contro l’abuso di alcol – una piaga fra giovani e giovanissimi – e la Chiesa cristiana metodista, da sempre contraria agli eccessi di ogni tipo.

Il professor Gillies lo ha detto chiaramente, a Manchester: «Per una buona parte dei nostri studenti, l’alcol è immorale». Ecco così che The Rocket Complex, uno dei due bar dell’università, a giorni smetterà di servire bevande alcoliche. «Oggi gli studenti sono molto più conservatori di trenta o quaranta anni fa – ha proseguito Gillies – e non sono solo musulmani o metodisti a volere questo progetto». Si parla di creare zone alcohol free anche nei giardini e nei corridoi di collegamento fra un edificio e l’altro. Insomma, no a birre, bevande aromatizzate, liquori e superalcolici.

I trentamila studenti della Lmu arrivano da 190 paesi diversi, molti dei quali a maggioranza musulmana. L’università ne fa anche una questione di multiculturalismo. All’inglese, chiaramente, lontano anni luce dal modello assimilazionista francese, secondo il quale gli stranieri si devono conformare agli usi e costumi del paese ospitante. Al momento, nelle scuole primarie della capitale, la maggioranza degli studenti ha come prima lingua un idioma diverso dall’inglese. E, sempre secondo Gillies, «in questo modo ci stiamo preparando a un futuro non troppo lontano, quando anche nelle università la maggioranza dei ragazzi avrà una cultura differente dalla nostra».

Il problema, fa notare lo scettico Daily Mail, è che è la stessa università a finanziare le due attività ristorative al suo interno. Con quale diritto – fa notare il commentatore con una domanda al promotore dell’iniziativa – la Lmu vieterà ai bar di vendere alcol e chiederà allo stesso tempo un ritorno economico? Contenti, al contrario, Emily Robinson, di Campaign at Alcohol Concern, e Chris Sorek, di Drinkaware, un’associazione di volontariato che si occupa di far “bere responsabilmente” giovani e meno giovani. «Ogni azione volta a limitare il consumo di alcol è da noi ben accetta», hanno detto. Resta da capire, ora, che cosa ne pensino gli studenti della London Metropolitan University, che comunque possono trovare fiumi di birra nei pub dietro l’angolo.