C’è un altro capitolo nel processo contro i vertici dell’Eternit, un capitolo pieno zeppo di numeri, nomi, date e che tenta di allargare la vicenda giudiziaria al di là dei confini di Casale Monferrato. E’ quello che scrive oggi la Procura di Torino, che ha depositato richiesta di appello contro la sentenza con cui, lo scorso 13 febbraio, il Tribunale del capoluogo piemontese ha condannato a 16 anni di reclusione i dirigenti della società elvetica, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Louis De Cartier, per omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e disastro doloso.

Ad essere contestata è la prescrizione di quest’ultimo reato relativamente agli stabilimenti di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, e Bagnoli, nel napoletano. Ma non ci sono solo le altre sedi svizzere in Italia. Ci sono anche gli italiani che nelle fabbriche in Svizzera andarono a lavorare e si ammalarono. Sono 117 gli operai morti per mesoteliomi e tumori polmonari dopo avere prestato servizio nelle industrie d’oltralpe della multinazionale dell’amianto. E’ sempre la Procura torinese a renderlo noto, aprendo filoni di inchiesta sulle succursali dell’azienda non solo in madrepatria, ma anche in Brasile e Francia. La maggior parte dei lavoratori, che ha contratto la malattia o è deceduta anche molto tempo dopo, è della provincia di Lecce.

Ed è qui, nel profondo Capo di Leuca, soprattutto nei comuni di Corsano e Tiggiano, che da mesi si affilano le armi per la battaglia giudiziaria. Dopo la chiusura del primo processo Eternit, dal quale, tranne otto casi, tutti gli altri emigranti pugliesi sono stati esclusi, si è preparato il terreno per costituirsi parte civile nel processo Eternit bis o per gettare le basi, addirittura, per un eventuale Eternit ter.

Sono 967, in totale, i lavoratori impiegati negli opifici elvetici e che provengono solo dal Salento leccese. Il pm Raffaele Guariniello ha fatto recapitare, in questi giorni, ad ognuno di loro le lettere per la convocazione ad effettuare un questionario presso il distretto Asl di Maglie. Per rintracciarli e convincerli a essere parte attiva nel procedimento penale, però, è in piedi da tempo una lunga attività di contatto e consulenza da parte della Associazione emigranti esposti e familiari salentini vittime amianto Svizzera. “I 117 accertati dalla Procura sono solo gli operai, già deceduti o con un mesotelioma in corso, che si è riusciti a rintracciare finora. Ma da oltre due mesi stiamo spulciando indirizzi, date di nascita, estratti di morte, per poter avere un quadro più completo”.

A parlare è Biagio Mastria, portavoce della onlus che ogni venerdì si riunisce per delineare la nuova geografia dei leccesi che hanno lavorato nelle fabbriche elvetiche dagli anni ’60 fino al 1994, anno in cui è stata vietata la produzione dell’amianto. Alcuni sono rimasti in quegli stabilimenti anche dopo, fino a quindici anni fa. Non è facile mettere insieme i pezzi. Non c’è famiglia nel Salento che non abbia avuto almeno un familiare emigrato in Svizzera in quegli anni.

Nel comporre il mosaico, però, sono scesi in campo attivamente anche i comuni e i distretti sociosanitari della zona. La campagna di sottoscrizioni lanciata da qualche settimana ha raccolto già 120 adesioni di ex operai che vogliono intentare una causa contro la multinazionale. Numeri per il momento parzialissimi. “Si tratta solo dei dipendenti- conferma Mastria- senza tener conto del fatto che ad essersi ammalate sono state anche le mogli, che lavavano le tute impregnate di polveri. Negli elenchi della Procura ce ne sono appena quindici, ma noi riceviamo telefonate in continuazione da altre donne e dai loro figli. Sembra un contagio in piena regola di interi nuclei familiari”.

Cartelle cliniche, attestazioni di decessi, vecchi contratti e il resto della documentazione raccolta saranno inviati in questi giorni a Torino, con allegata una lettera indirizzata al pm Raffaele Guariniello. “Ci dica se possiamo rientrare in questo secondo processo, altrimenti siamo pronti a dare la stura al terzo” è l’appello che arriva da Corsano. Non è stato semplice superare la diffidenza iniziale dei lavoratori, denunciare. E ora la preoccupazione di rimanere senza giustizia è velata, ma c’è.

Gli ex dipendenti salentini hanno fatto festa quando la sentenza di febbraio è stata emessa e sanno che valgono anche per loro le motivazioni con cui il Tribunale piemontese ha inchiodato gli ex manager Schmidheiny e De Cartier. “Emerge tutta l’intensità del dolo degli imputati perché nonostante tutto hanno continuato e non si sono fermati né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione al fine di migliorare l’ambiente di lavoro e di limitare per quanto possibile l’inquinamento ambientale”, hanno scritto i magistrati Giuseppe Casalbore, Fabrizia Pironti di Campagna e Alessandro Santangelo nelle 733 pagine di sentenza di condanna in primo grado. Ma le indagini per l’Eternit bis sono prossime alla chiusura. E si teme che, al di là dei 117 operai già inseriti negli elenchi della Procura, le storie di tutti gli altri possano finire, una volta per tutte, nel dimenticatoio.