Quando facevo l’università a Firenze, generava molta curiosità il fatto che io avessi nei riguardi della polizia un punto di vista leggermente diverso da quello comune ai compagni del collettivo e del centro sociale che frequentavo. E quando provavo a spiegare perché, trovavo tra i miei compagni una stupita attenzione. Quando cresci a Palermo negli anni ottanta diventi, volente o nolente, testimone di una realtà diversa da quella del resto del paese. Una realtà quasi di guerra, nella quale i poliziotti sono sempre stati i buoni, gli eroi. Sono cresciuto avendo per idoli, gente come Ninni Cassarà, o Boris Giuliano, oppure Calogero Zucchetto. Poliziotti uccisi quasi sempre poco più che ragazzi, dai quali mi sono sempre sentito rappresentato, difeso, protetto. I giusti. Gli eroi. Io non odio la polizia, perchè ho visto come dovrebbe essere.

Ma dopo le tragedie di Genova, o dopo la morte di Federico Aldrovandi, oppure dopo quella di Stefano Cucchi, o di Giuseppe Uva, solo per fare alcuni esempi di morti assurde che purtroppo aumentano sempre di più, è diventato sempre più difficile, anche nelle mie riflessioni più intime e personali, non generalizzare e cercare di restare lucido.

Tempo fa, mi è capitato di essere fermato mentre guidavo, da una gazzella dei carabinieri. Chi mi ha fermato dopo aver controllato patente e libretto, non si capacitava che io non avessi con me nessun tipo di droga. “Adesso ti porto in questura e ti frugo fino in mezzo ai coglioni”. Hanno cominciato a sudarmi le mani, mi stavo proprio cacando sotto. Ho pensato alla storia di Aldro, di Pino Uva, e ho avuto paura come se chi mi stava fermando non avesse una divisa, ma un passamontagna. Percepivo l’odio, avevo paura, e quel carabiniere per qualche momento l’ho odiato anche io.

Ieri su Twitter è scoppiato un caso riguardo alle parole oscene che uno dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per avere ucciso Federico Aldrovandi, ha rivolto alla sua mamma, Patrizia, su Facebook. Lo ha fatto da casa, comodamente seduto davanti al suo computer, perchè anche se condannato, è libero grazie all’indulto. Non voglio riportare qui quelle parole, basta guardare sui siti di informazione se ne avete voglia. Le ho trovate proprio insopportabili, insostenibili, stupide e molto pericolose. Pericolose, perché cariche d’odio. Mi domando il perché di questo odio nei confronti di una ragazzino di 18 anni e della sua mamma che non lo rivedrà mai più. Mi domando come non si capisca che l’odio genera soltanto altro odio. Non sono stato il solo ieri per fortuna a twittare la mia indignazione ed agitarmi per questa storia, anzi.

La reazione di molti, è stata chiedere un’opinione in merito ad alcuni politici presenti sul social network. Benissimo, per carità. Ma le parole sinceramente indignate di Civati, o di Vendola a me servono a poco. Anche quelle del ministro Cancellieri, se posso.

Ho bisogno che qualche poliziotto mi spieghi, e provi a difendere il suo corpo di appartenenza. Ho bisogno di qualche poliziotto che mi dica che fa il suo lavoro perché ci crede, perché in Italia c’è bisogno di gente onesta e sana che ci difenda e ci rappresenti. E ci dia l’esempio. Ho bisogno di sapere dove sta la maggioranza dei poliziotti, ho bisogno che qualche poliziotto mi faccia capire che è sbagliato avere paura ad ogni posto di blocco, ad ogni paletta rossa sventolata davanti. E siccome a Palermo di poliziotti e carabinieri veramente in gamba ne ho conosciuti, e lo so che ci sono, lo chiedo a loro, raccontateci cosa pensate della storia di Aldro, ad esempio, o delle oscenità che un vostro collega ieri ha rivolto a sua madre.