Ormai tutti sorridono sul sindaco di Parma che tira fuori un assessore alla volta. Vergogna. Ma nessuno si accorge del vuoto nel quale galleggia la città costruita su riverenze e complicità di classi dirigenti, partiti e movimenti fino a ieri al potere. All’improvviso tutti hanno perso tutto. Era successo nel ’45 dopo 20 anni di fascismo; risuccede nel 2012 dopo 60 anni di democrazia commercializzata.

Si riparte da zero. Fuori dai palazzi, gli sconfitti osservano i barbari con l’impotenza di chi non sa da che parte cominciare. Avevano promesso di tagliare i fili col passato e provano a muoversi nelle ragnatele delle convenienze con infantile rispetto per la legalità. Corsa a ostacoli, ma gli ostacoli restano invisibili e il compromettersi con questi ragazzi può diventare una scelta compromettente. Anche nel ’45 era andata così ma le camicie che prendevano il posto delle camicie nere venivano da partiti strutturati nella clandestinità imposta dalla dittatura, progetti contrapposti ma collaudati nel dolore e nella speranza. I nuovi di Parma pensano davvero di riuscire a cambiare le abitudini dell’oligarchia che funzionava come un orologio, sia pur per pochi e in un certo modo? Stanno imparando che la pratica è più complicata dei sogni. Servono mesi, forse anni e la città cantiere non può aspettare. Ecco perché le corporazioni osservano per capire se è il caso di dialogare tralasciando le forme, o lasciar perdere pensando alla spallata.

Il muro delle cortesie diffidenti complica le scelte di un sindaco che non sa dove mettere i piedi. Nessuna denuncia, eppure deve subito disfarsi dell’assessore all’urbanistica, dipartimento chiave in un posto che aveva programmato di raddoppiare gli abitanti, quindi case, strade, ipermercati più frequentati d’Europa: due metri e mezzo di scansie per ogni cittadino. Insomma, milioni che girano, fermarli una sciagura e partire con sospetti veniali rispetto ai mortali di prima, vuol dire perdere la faccia. Un anno fa erano venuti alla luce i primi buchi neri: un po’ di arresti, robetta. Ma le manette all’assessore elegante scatenano la piazza, sindaco in fuga, eredità di un disastro da risanare.

Il trionfo dei grillini silenziosi sgombra le vecchie facce; insedia amministratori la cui inesperienza non può far rima con committenza. Committente è colui che incarica il commissionario appaltatore di ridisegnare stazioni ferroviarie, lanciare ponti, progettare metropolitane. E il commissionario tira su muri che servono soprattutto a far cassa distribuendo le riconoscenze con disinvoltura storicizzata: caste di amici o compagni di società più o meno segreti e il denaro pubblico scivola nelle tasche degli aggregati. Parma è cambiata più profondamente di quanto gli ex padroni del vapore potevano immaginare. Indietro impossibile tornare, ma davanti cosa c’è? Le macerie della destra; centrosinistra alla ricerca di protagonisti credibili. Ai profughi del vecchio regime restano i brontolii della non rassegnazione. Divisi per antiche vendette, mandano in scena il fastidio del fare opposizione uno accanto all’altro. L’ex sindaco Ubaldi che 13 anni fa ha disegnato la città del profondo rosso per poi lasciare la poltrona al suo erede spirituale, non nasconde il fastidio d’essere mescolato agli altri desaparecidos. E poi l’amarezza per la scoperta del gioco dell’oca di certi imprenditori. Ne hanno nutrito la sontuosa campagna con l’intenzione di portarlo al ballottaggio, non per la vittoria: Ubaldi doveva fare da tirassegno nel comodo faccia a faccia col Bernazzoli Pd, vincitore designato, vita facile contro il candidato che la città non sopporta. Ma il rinnovamento (chiamiamolo così) dei gattopardi frana per colpa di Pizzarotti.

Adesso gli esami di coscienza, mentre Parma resta paralizzata in trame complicate da sbrogliare. È la provincia che ha anticipato ogni passo del governo Berlusconi: scandali, commissari tecnici, elezioni. Quando Monti avrà finito, anche Palazzo Chigi sceglierà un ministro alla volta oppure torneranno le ombre del passato?

Il Fatto Quotidiano, 26 Giugno 2012