Più che ai tanti messaggi di apprezzamento per gli articoli del Fatto sugli interventi debiti e indebiti del Quirinale nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, risponderò alle critiche di altri nostri lettori. Essi, in sostanza, esprimono il timore che per una “tempesta in un bicchier d’acqua” (Giglioli), per “vaghe illazioni” (Piovani e Leghissa) o anche per una giusta “ricerca della verità” (Peschiera), si possa indebolire la figura del Capo dello Stato “in un momento drammatico” della vita democratica del nostro Paese. Si tratta della stessa obiezione che illustri commentatori hanno sviluppato con estremo vigore di fronte alle polemiche politiche divampate sulle telefonate del Colle.
Valga per tutti l’acuto grido di allarme di Eugenio Scalfari su Repubblica del 21 giugno scorso: “Si tenta di indebolire il Quirinale, non per queste ragioni pretestuose, ma per creare una situazione di marasma al vertice delle istituzioni dalla quale deriverebbe inevitabilmente la caduta del governo Monti”.

I nostri lettori non arrivano a immaginare tali “oscure manovre”, ma il loro disagio è palpabile.

Ma come – rimproverano – Napolitano è stato l’unico baluardo allo strapotere di Berlusconi, quello che lo ha mandato a casa su due piedi e ora ve la prendete con lui mentre la destra “cerca di riguadagnare terreno” e l’Italia rischia la bancarotta? Potremmo rispondere che il grido “Annibale è alle porte” (anche quando non lo è) è sempre stato qui da noi l’alibi più efficace per nascondere piccole e grandi nafandezze.

E che, in nome dell’emergenza continua, nel nostro amato Paese si fanno e si disfano governi e, all’occorrenza, si tratta anche con Cosa Nostra. Questa volta, comunque, l’emergenza riguarda gran parte dell’Europa. Dove, tuttavia, non risulta che a causa della crisi dell’euro le istituzioni siano diventate improvvisamente intoccabili. Dentro la voragine bancaria, per esempio, la Spagna è andata tranquillamente a elezioni e l’amato re Juan Carlos, mazzolato dai giornali per gli allegri e costosi safari, ha dovuto chiedere scusa al popolo. In Islanda, il premier della bancarotta è finito giustamente in un’aula di tribunale. In Germania, il capo dello Stato è andato a casa per un piccolo prestito agevolato alla moglie. E perfino la catastrofica Grecia ha cambiato tre Parlamenti in pochi mesi senza per questo arrivare alla guerra civile.

Come si dice: è la democrazia, bellezza! Solo in Italia i politici furbacchioni, ogni volta che vengono presi in castagna, si mettono a strillare “fermi tutti che la casa brucia!” e magari l’incendio l’hanno appiccato loro. Non è il caso di Napolitano, ma del coro che lo circonda ogniqualvolta viene messo in discussione lo status quo, il potere costituito (da loro). E quindi, per quanto ci riguarda, non può esserci emergenza che tenga di fronte al nostro lavoro che consiste nel dare le notizie. Continueremo a pubblicarle sul Fatto senza domandarci a chi giovano e a chi no. Cari lettori, lo sapete, siamo giornalisti, non corazzieri ad honorem.

Il Fatto Quotidiano, 26 Giugno 2012