Venerdì scorso un gruppo di operai della Fiom ha manifestato a Bergamo, insieme ad altri settori della sinistra, dal Prc ai centri sociali, contro l’assemblea di Federmeccanica e contro la presenza del ministro Elsa Fornero. A un certo punto, quando all’assemblea sono giunti Maurizio Landini e Giorgio Airaudo, della segreteria nazionale Fiom, invitati dagli industriali insieme agli altri sindacati, i fischi e le contestazioni hanno riguardato anche il vertice della Fiom. Un Landini sorpreso si è sentito dare del “venduto” e si è beccato l’accusa di non aver indetto lo sciopero generale contro la riforma dell’articolo 18. A detta degli stessi manifestanti, il segretario generale della Fiom non si è sottratto al confronto, si è difeso, ha spiegato, ha anche annunciato che la Fiom raccoglierà le firme per un referendum abrogativo di parti della riforma Fornero – ma anche della modifica costituzionale all’articolo 81 sul pareggio di bilancio – e poi è entrato nell’assemblea.

Il fatto non ha suscitato particolari discussioni ma uno strascico lo ha avuto. Sul sito della rete28aprile – la componente di sinistra della Fiom capeggiata da Giorgio Cremaschi – il video della contestazione è stato pubblicato ma questa pubblicazione ha sollevato le obiezioni del rappresentante della stessa Rete nella segreteria nazionale della Fiom, Sergio Bellavita, che ha, di fatto, preso il posto di Cremaschi all’ultimo congresso. Bellavita ha diramato un asciutto comunicato in cui considera “sbagliata e inopportuna la scelta che ho appreso solo successivamente, di pubblicizzare attraverso il sito della rete 28 aprile un video sulle contestazioni”. E poi ha annunciato:“E’ necessario un chiarimento politico su natura, gestione e prospettive dell’Area”.

A Bellavita ha risposto lo stesso Cremaschi, sempre sul sito della Rete, spiegando che la pubblicazione di quel video è comunque un fatto “che è avvenuto” e quindi non può essere né rimosso né censurato. Cremaschi dice di spiacersi per la contestazione, divulgata “senza compiacimento” ma punta a comprenderne le ragioni da ritrovare, dice, “nella sconfitta che avanza” e nella “sofferenza e rabbia” che provoca.
Sul sito della Rete si è aperto un dibattito, in parte aspro ma sempre molto civile, più sull’opportunità della contestazione che sulla sua divulgazione. E si sono confrontate le posizioni tra chi ha rivendicato il gesto, motivato dalle ambiguità della Fiom e dalla sua rinuncia a convocare lo sciopero generale, e chi invece non accetta che si possa dare del “venduto” a Landini o che invita a riflettere sul fatto che quella contestazione è giunta proprio il giorno dopo la vittoria giudiziaria della Fiom contro la Fiat. Tra le righe si legge anche delle strategie divergenti nella sinistra sindacale tra chi pensa di fondare, forse, un nuovo sindacato o un nuovo soggetto politico e chi è contrario.

Una discussione minore? Difficile dirlo perché è difficile sintetizzare lo stato d’animo che oggi serpeggia nelle fabbriche, nel mondo del lavoro, tra i delegati o i militanti sindacali. Un dato certo esiste: nel 2002 un tentativo di riforma dell’articolo 18 diede vita alla più grande manifestazione sindacale del dopoguerra, almeno stando alle cifre ufficiali, e la foto-ricordo di quella manifestazione accompagna ancora oggi Sergio Cofferati, il segretario di allora, al di là dei suoi effettivi meriti. La riforma del governo Monti, al massimo, vedrà un sit-in davanti al Parlamento e tante dichiarazioni. Ovviamente questa immagine offre lo spaccato dei passi indietro fatti in dieci anni e della minor disponibilità a mobilitarsi che esiste da parte del mondo del lavoro. I leader e i dirigenti sindacali fanno a gara per spiegare che oggi è molto difficile dichiarare uno sciopero, farlo riuscire. E questo è abbastanza vero, in particolare per la Fiom che di scioperi ne ha fatti non pochi, come anche il 9 marzo scorso, caricandosi il ruolo di supplenza rispetto a una Cgil che nel frattempo ha recuperato di nuovo il rapporto privilegiato con Cisl e Uil.

Ma c’è un’altra differenza che appare evidente: nel 2002 si manifestava contro il governo Berlusconi, ed era “facile”. Oggi il governo si chiama Monti ed è sostenuto dal Pd che, di fatto, controlla o influenza la Cgil. E qui sta il punto dolente. La difficile situazione sociale si carica di una valenza politica evidente che le varie sinistre sindacali, dentro la Cgil e fuori di essa, non sono riuscite a scalfire. Per cui ci si trova con una modifica importante della legislazione sul lavoro senza che, di fatto, si muova foglia. Difficile scaricare tutto questo su Landini, soprattutto per la sua battaglia di trincea su Fiat e rinnovo contrattuale. Vista da questa ottica la contestazione non si capisce, resta un affare interno alla Fiom. La si comprende se si guarda ai movimenti “politici”, al riavvicinamento tra segreteria Fiom e segreteria Cgil, all’influenza che si vuole avere nella prossima legislatura come dimostra l’appuntamento del 9 giugno scorso. Qualcuno può giustamente sostenere che la si capisce anche dall’ottica della solitudine operaia e dell’assenza di uno sbocco generale (che oggi la Fiom individua nella proposta del referendum). Resta però la sensazione di un gesto poco comprensibile. Anche perché sul piano politico la situazione si è rimessa in movimento con i segnali di attenzione che si stanno lanciando Casini e Bersani e con la messa all’angolo di Vendola e, in parte, dell’Idv. Qualcosa può ancora succedere e non mancherà di avere riflessi anche sul piano sindacale.

Insomma, una situazione complicata in cui non è nostra intenzione dare giudizi secchi e, tantomeno, lezioni ma in cui in gioco, oltre al futuro della sinistra di classe, c’è anche la capacità di una sinistra sindacale generosa e necessaria, di non rimanere all’angolo.