Ho ricevuto numerosi critiche sul mio profilo Twitter e attraverso messaggi privati dopo lo scorso post relativo agli incontri di Ferrovie dello Stato e raccontato tramite l’hashtag #meetFS. Non sono un guru (e non so se aspirare ad esserlo, viste certe difficoltà relazionali che spesso ne contaminano l’esistenza quotidiana), ma una che di mestiere cerca di capire quello che le accade intorno. A volte mi riesce meglio, altre peggio, proprio come le famose ciambelle del pasticcere. Ecco: sono un’artigiana della comunicazione. E in quanto tale considero le critiche strumenti per capire meglio e di più. Per cui, alla luce di quelle che ho ricevuto, ho cambiato idea su alcune cose, resto titubante su altre e sono più convinta di altre ancora.

Prima di approfondire, però, è necessaria una premessa, pena la credibilità di quello che scrivo. Non ho criticato #meetFS per sciacallaggio, perché avrei avuto un po’ di eco, per aggressività da blogger senza fama. L’ho fatto perché ritengo che ogni volta in cui un soggetto pubblico, un partito o una azienda, si confronta con critiche diffuse e ripetute, come è accaduto a Fs, sia utile interrogarsi. Avrebbe potuto, quindi, Fs gestire meglio il dibattito? Di più: si può o no gestire un dibattito? Non zittirlo o limitarlo (altrimenti tanto vale inviare i famosi e fumosi comunicati stampa che nessuno di noi ama con particolare passione), ma provando a dargli una direzione. Per capirci: un ascolto utile fa emergere contenuti nuovi. Le critiche dei pendolari su Twitter sono vecchissime. Si poteva fare diversamente, di più? Su questo aspetto resto titubante e sarei ben felice se qualche esperto mi togliesse i miei residuali dubbi (con la stessa veemenza, per favore, delle offese personali. Hanno un che di orribilmente fascinoso :-) Mi hanno convinto, invece, Emanuele Quintarelli (@absolutesubzero) con il suo post, Daniele Chieffi (@danielechieffi) con il suo e mi ha interessato Luca Alagna (@ezekiel) con l’intervista a Elisabetta de Grimani, responsabile web e new media in Fs. È vero: le aziende non possono non partecipare al dibattito online, costi quel che costi. Aprirsi ai commenti negativi, come suggerisce Quintarelli, può essere l’inizio di una cura.

Non condivido invece un assunto lanciato in 140 caratteri da qualche guru. Sarà per la brevità concessa a chi twitta ma non mi piace la frase: la rete ha sbagliato. Non perché io creda nell’ingenua bontà di questo quasi metafisico popolo del web (espressione inascoltabile per quanto spesso usata). Non mi piace perché svela il classico vizietto da esperto: il progressivo distaccamento dal mondo dei mortali. Nelle sedi di partito e alla fine delle campagne elettorali, quando si perde, certi candidati, certi consulenti o funzionari di partito, quelli che, insomma, “fanno politica” e, beati loro, se ne intendono, commentano: «Gli elettori non ci hanno capito». Il popolo, insomma, sempre bue è. Eh no. Se qualcosa non va è sempre colpa di chi la gestiste, la organizza, la programma.

Per il resto rimango con le antenne dritte. In attesa dei prossimi sviluppi della comunicazione Fs. Non per sciacallaggio, giuro. Ma per vera curiosità.