Voglio credere, e anzi credo senza dubbio, che l’infelice uscita del bravo ministro Cancellieri sia stata nient’altro che una scusabile gaffe.

Forse il ministro in questi giorni avrà letto lo squallore che scrivono alcuni personaggi riguardo un ragazzo ucciso e la sua famiglia, quale malsana idea hanno questi soggetti della magistratura e della giustizia, con quali gravi squilibri interpretano l’uso della violenza.

Per la madre di Aldrovandi, le parole usate sono ““….spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe… adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…”. la firma è di uno dei condannati per l’omicidio, Paolo Forlani.

“La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!” scrive un altro commentatore. E così via, fra insulti che ci si vergogna a leggere, senza il più elementare rispetto per la vita, per il dolore, per la giustizia: nient’altro che odio.

Siamo seri, questa gente fa paura. E’ una vergogna sulla quale il Ministero dell’Interno dovrebbe intervenire con fermezza.  E’ ora di  abolire dall’universo culturale italiano la vecchia idea, davvero originale, che la Polizia sia in qualche modo sospesa in una specie di aurea magica, per cui, come dice la sig.ra Santanchè con indistinguibile chiarezza  “ gli uomini delle forze dell’ordine, anche se sbagliano,non sono mai assassini.  E via dicendo.

Nel caso di Aldrovandi, dei colpevoli ci sono, e se c’è una questione di giustizia che rimane, è che debbano scontare ben poca pena (3 anni e 6 mesi ma c’è la riduzione per l’indulto) per un omicidio colposo, che in virtù dei fatti  a molti sembrava –e sembrava anche a me – poter configurarsi come un più grave omicidio preterintenzionale.

Che poi debbano pure insultare una famiglia distrutta e un ragazzo ucciso, oltre che la magistratura, mi sembra davvero all’apice dell’assurdo.

Proprio non si capisce perchè la Polizia, cioè chi sa e può usare la forza, debba godere dei favori di un garantismo istituzionale ipertrofico, stucchevole e anche un po’ balordo.

Federico Aldrovandi è diventato il simbolo di una battaglia per i diritti umani in Italia, e il suo omicidio ha segnato l’inizio di una maggiore presa di coscienza verso fenomeni di violenza fisica e verbale non più sopportabili.

Le storie di Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Stefano Brunetti, sono solo alcune delle vicende oscure, più o meno chiarite, che investono direttamente le forze dell’ordine.

La Polizia, chiaramente, non può prescindere dalla fiducia dei consociati. Ma la fiducia non può fondarsi, ontologicamente, sulle nebbie di assurde protezioni che si scontrano con le più banali idee di democrazia dei rapporti Stato/cittadino.

Mi sembra indicativo, a riguardo, quel che è successo solo pochi giorni fa, quando dei poliziotti, guardando il film proibito Diaz, hanno riconosciuto come tutto questo sia inaccettabile. 

Distinguere è un processo cognitivo necessario a qualsiasi vera conoscenza e per distinguere serve essere chiari con le parole. Chiari sul reato di tortura. Chiari nel dire anzichè “se ci sono stati degli abusi, come sembrerebbe, è giusto che vengano puniti” un più convincente “ Ci sono stati degli abusi gravi ed è giusto che vengano puniti“.

Chiari nel censurare fermamente l’ennesima provocazione su Facebook da parte di gente che credo sia assolutamente incapace di indossare una divisa, né di rappresentarne le istanze.