Ci dobbiamo rispetto, nel senso del rispettare la dignità di essere umano dell’altra persona.

Una dignità il cui rispetto ci dobbiamo a vicenda, in quanto persone, appartenenti alla specie umana, dolente, sensibile, vulnerabile. Preoccupata. Consapevole che tutti, uno ad uno, moriremo, compresi i nostri cari – pensiero che può terrorizzarci. Farci preferire una vita inconsapevole, se dobbiamo essere consapevoli anche di questo: il prezzo per essere in vita.

In ogni religione vige la regola, espressa in vari modi “tratta gli altri come vuoi venir trattato tu stesso”, non danneggiare il senso di sé degli altri, non umiliarli, non svalutarli. Rispetta la loro unicità di esseri umani, anche se a volte i loro modi di comportarsi non ti paiono rispettabili né accettabili. Possiamo infatti distinguere tra il comportamento, che posso criticare perché me ne auguro un altro, e la persona, a cui posso chiedere chiarimenti: quali sono le sue intenzioni positive, nel fare come fa? Che cosa vuole ottenere?

Vivere in un mondo in cui questo non viene vissuto come dato di base e garantito, gli uni verso gli altri, rende vano il parlare insieme, e anzi impossibile il comunicare con gli altri in modo sereno, senza dover stare in guardia. Ma se sto in guardia e non mi sento al sicuro con gli altri, eviterò di dire come mi sento, magari per paura di venir sbeffeggiato – e cioè trattato senza rispetto per la mia sensibilità. Non potrò allora essere autentico e condividere le mie esperienze.

Perché una comunicazione sia possibile abbiamo bisogno di sentirci al sicuro: tutti conosciamo l’esempio dello scolaro che non ha il coraggio di fare una domanda, che pure lo aiuterebbe a capire, per paura della risposta ironica “se tu avessi ascoltato con attenzione, dovresti saperlo da te!”. A scuola possiamo così finire con l’imparare a diffidare, intimiditi da modi di fare spesso messi in atto senza alcuna cattiveria, senza accorgerci che feriscono gli altri e insegnano loro a non esporsi. E quindi, da grandi, semmai a far ironia e sarcasmi, ma non a dire in positivo che cosa intendono raggiungere.

Il rispetto è molto più che tolleranza; per sentire la differenza basta chiederci: “mi auguro di sentirmi tollerata, o di sentirmi rispettata?”. Sembra un concetto davvero teorico e forse perfino vano il parlarne. Tuttavia, a me piacciono le idee, e soprattutto quelle che sembrano tanto luminose quanto lontane dalla realtà e che ci indicano la via verso le nostre umane potenzialità. Credo nella mente della pace che possiamo coltivare in noi, e quindi attivare fra di noi, nel parlare insieme di come vogliamo vivere.

Possiamo rispettare il fatto che ogni essere umano si prende cura di se come può, sente il bisogno di sicurezza, di star bene e di sentire di aver ragione a vivere come vive. Che cosa possiamo fare o pensare, in concreto e oggi stesso, tenendo presente il nostro comune impegno: sentire il valore incondizionato dell’essere umano che è l’altro tanto quanto ci auguriamo che lui senta il nostro?