Alla vigilia del vertice della Nato sollecitato dalla Turchia per discutere la reazione all’abbattimento del caccia F4 da parte della Siria, Damasco si trova quasi completamente isolata. Ieri sera il segretario di stato degli Stati Uniti Hillary Clinton ha usato parole durissime contro il regime di Bashar Assad, lasciando intendere che il vertice di domani non è soltanto una consultazione formale dovuta a un alleato ma potrebbe preludere a più decise azioni contro la Siria. Azioni probabilmente non imminenti, visto che peraltro in Medio Oriente inizia oggi la visita di Vladimir Putin – la prima in sette anni – che discuterà anche di Siria e Iran nella sua prima tappa in Israele. Ma senza dubbio, quello che le autorità di Damasco continuano a definire un “incidente” ha fatto alzare il livello dello scontro. Il governo britannico ha parlato di attacco “oltraggioso” e ha invocato un’azione più dura nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove però rimangono da scavalcare i veti finora posti da Mosca e Pechino. Laurent Fabius, nuovo ministro degli esteri francese, ha definito l’attacco “inaccettabile”.

Oggi i ministri degli esteri dell’Unione hanno approvato oggi a Lussemburgo una nuova serie di sanzioni. In risposta all’escalation di violenza i ministri degli Esteri dei 27 hanno deciso quindi di rafforzare le sanzioni contro il regime siriano “ancora una volta”, congelando i beni di altre sei società che sostengono il regime di Assad e di un’altra persona, nei confronti dei quali è stato anche disposto il blocco dei visti. Salgono così a 49 le entità e a 129 le persone nella “lista nera” dell’Ue. “Sono seriamente preoccupata dall’escalation di violenza in Siria e finchè continuerà la repressione l’Ue continuerà a imporre sanzioni contro il regime”, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, secondo cui le misure restrittive “prendono di mira i responsabili delle violenze, non la popolazione civile”. Le sanzioni entreranno in vigore domani quando saranno pubblicate sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea.

Dall’altra parte tuttavia è proprio la Siria a fare la prima mossa. Le sanzioni dell’Ue? L’Unione europea non è interessata a capire e a risolvere la situazione di crisi in Siria ed il suo è un ruolo negativo altrimenti avrebbe trovato una medicina migliore” ha rincarato il portavoce del ministero. Oggi il ministero degli Esteri del governo di Assad ha puntualizzato di nuovo anche che il jet turco abbattuto aveva “violato chiaramente la sovranità siriana” e che “la Siria ha reagito alla violazione. Dovevamo reagire immediatamente, anche se l’aereo fosse stato siriano avremmo dovuto abbatterlo”. Nonostante l’incidente la Siria, che inizialmente si era scusata per l’accaduto, si impegna per “buone relazioni” con la Turchia, prima di lanciare un messaggio durissimo alla Nato. “Se l’obiettivo della riunione di domani – ha detto un portavoce, Jihad Makdissi – è calmare la situazione e promuovere la stabilità, sarà un successo. Ma se l’obiettivo dell’incontro è l’aggressione, noi diciamo che lo spazio aereo, il territorio e le acque siriane sono sacre per il nostro esercito, come lo spazio aereo, il territorio e le acque turche lo sono per l’esercito turco”. 

L’Alleanza Atlantica finora si è tenuta in disparte dalla crisi siriana, e il segretario Anders Fogh Rasmussen ha più volte ripetuto che la Nato non è intenzionata a intervenire. L’abbattimento del caccia turco, però, cambia le carte in tavola e ora Bruxelles si trova a essere chiamata in causa direttamente. Paradossalmente, proprio lo stallo nel Consiglio di sicurezza potrebbe lasciare spazio per l’azione della Nato, anche se per ora la Turchia sembra intenzionata a gestire la vicenda solo sul piano diplomatico e a coinvolgere, di nuovo, l’organo esecutivo delle Nazioni Unite, prima di ogni passo unilaterale o concordato solo con gli alleati europei ed americani.

Forse più che delle possibili conseguenze della decisione Nato, Assad è però preoccupato del crescente numero di soldati e ufficiali che fuggono dal paese. Un segnale che potrebbe essere interpretato come un sintomo del malessere che attraversa le forze armate siriane, almeno le unità meno fedeli al regime e per questo non impiegate attivamente nella repressione delle rivolte che durano ormai da un anno e quattro mesi. Secondo Al Arabiya, altri tre piloti militari siriani sono scappati in Giordania, portando il totale dei piloti fuggiti a sette. La Turchia inoltre ha detto che una trentina di soldati e ufficiali, tra cui un generale e due colonnelli, sono invece riusciti a superare la frontiera terrestre tra i due paesi e hanno chiesto rifugio in Turchia. Al di là dei numeri, che potrebbero sembrare piccoli, queste defezioni portano nelle mani dei paesi confinanti e delle rispettive intelligence informazioni preziose sullo stato delle forze armate siriane, logorate dalle operazioni di repressione. Informazioni che potrebbero diventare essenziali se l’Onu e la Nato dovessero decidere di passare all’azione per fermare i massacri.

Sul terreno intanto continuano i combattimenti. Ad Homs, secondo i gruppi dell’opposizione, almeno 40 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza negli ultimi giorni, durante quella che sembra essere una nuova offensiva dell’esercito regolare contro la città simbolo della rivolta anti-Assad. Decine di morti, forse un’ottantina, ci sono stati anche da Aleppo e Deie Ezzor, nel sud del paese, mentre secondo i Coomitati locali di coordinamento delle opposizioni, nel quartiere al-Houla alla periferia di Damasco sono entrati in azione blindati e artiglieria per cercare di stanare i miliziani del Free Syria Army dalle loro posizioni.

Uno dei generali del Fsa Mustafa al-Sheikh ha avvertito che ad Homs si sta preparando un nuovo massacro e ha accusato la comunità internazionale di non essere in grado di fare abbastanza per evitarlo. Un’accusa che chiama in causa soprattutto Mosca, finora incrollabile nel suo appoggio ad Assad. Appoggio che si concretizza anche nella spedizione di un carico di «elicotteri e parti di ricambio» che è in viaggio su una nave russa ed è atteso a breve nel porto siriano di Tartous, dove ha sede l’unica base navale russa fuori dal territorio della Federazione.

di Joseph Zarlingo