Niente eurobond, nessuna revisione costituzionale, nessuno sconto, nemmeno temporale, alla Grecia. Chi avesse voluto una conferma della linea strategica tedesca è stato accontentato. La settimana “decisiva” che culminerà con la due giorni di vertice del 28 e 29 giugno è iniziata tra grandi tensioni con inevitabili ripercussioni sui mercati. Angela Merkel gioca in difesa stoppando sul nascere gli entusiasmi di chi sperava in una svolta da parte di Berlino. Niente da fare, almeno per ora. Si tira dritto fino a giovedì in attesa che dall’incontro europeo possano emergere, se non altro, gli opportuni compromessi.

I mercati ovviamente non gradiscono, e segnano un forte ribasso. Milano perde il 4% con i bancari in caduta libera (Unicredit -8,41%, Banca Popolare di Milano -8,37%, Mps -7,06%), male anche Madrid (-3,67%) e le altre piazze europee: Francoforte cede circa 2 punti in linea con Parigi (-2,24%) mentre Londra perde l’1,14%. Lo spread Italia-Germania sui titoli a dieci anni viaggia a quota 450 punti base. Il differenziale bonos-bund supera la soglia dei 510. Sul clima pesa l’incertezza sull’entità delle risorse del salvataggio delle banche spagnole (si è parlato di 50-60 miliardi ma qualcuno ha alzato la previsione a 110) nonché il deterioramento del sistema bancario cipriota che costringerà certamente l’isola a chiedere il sostegno esterno dell’Europa. Ma a pesare, come detto, sono anche e soprattutto le tensioni tra la Germania e il resto di eurolandia.

Capitolo eurobond, innanzitutto. La cancelliera è stata chiara: “Proposte sbagliate e controproducenti” come tutte quelle, del resto, che puntano a una condivisione delle liabilities all’interno dell’Ue. A ribadire il concetto, oggi, ci ha pensato lo stesso portavoce della Merkel, Steffen Seibert, che ha ricordato come la cancelliera sarebbe fondamentalmente “preoccupata che proprio alla vigilia del vertice del 28-29 giugno emerga nuovamente un desiderio di ipotetiche facili soluzioni, ovvero di una condivisione dei debiti”. Come a dire nessun cedimento rispetto alla linea ufficiale di Berlino, ma anche, va da sé, una probabile bocciatura alla proposta sull’utilizzo del fondo salva Stati nelle operazioni di acquisto dei debiti di Italia e Spagna.

E qui si entra in un altro capitolo, che non implica necessariamente l’emissione di obbligazioni comuni ma che comprende, di fatto, proprio gli interventi diretti del fondo di emergenza europeo, per così dire “una facile soluzione”. Sul tema, a dire il vero, non è stato finora troppo chiaro nemmeno Mario Monti, a quanto pare il vero promotore dell’idea. Il premier italiano ha parlato genericamente di un meccanismo anti-spread cercando però di smorzare l’enfasi sul maxi intervento. La stampa internazionale, soprattutto britannica, ha invece sottolineato l’implicito significato di una mossa del genere che, per essere efficace, implicherebbe l’impegno di centinaia di miliardi di euro da destinare alla sottoscrizione di titoli di Stato dei Paesi periferici.

Si sente forse sotto assedio Angela Merkel, consapevole, soprattutto dopo il G20, della pressione cui è sottoposto il suo governo in sede europea. Ad accrescere la tensione, oggi, ci ha pensato anche il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble che, in un’intervista allo Spiegel, ha avanzato l’ipotesi di una riforma costituzionale capace di garantire maggiore integrazione attraverso la cessione di potere dagli Stati nazionali, e quindi anche dalla Germania, all’Unione Europea. Ipotesi, quest’ultima, stoppata immediatamente da Seibert che ha definito la stessa legge fondamentale tedesca già sufficientemente adeguata a favorire l’integrazione del continente.

A creare ulteriore tensione, infine, c’è l’interminabile capitolo Grecia. Atene, ormai è noto, ha intenzione di chiedere una proroga al piano di risanamento contabile estendendo le scadenze prefissate anche di un paio d’anni. Di fronte a questa ipotesi Berlino ha risposto seccamente di no ricordando, attraverso le parole del suo ministro degli esteri Guido Westerwelle che “non possono essere fatte concessioni”. Sul tema, per altro, pesa anche la recente scoperta della Troika rivelata in esclusiva dalla rivista greca To Vima. Tra il 2010 e il 2011, alla faccia dei piani di riduzione della spesa, Atene avrebbe assunto, invece di licenziare qualcosa come 70 mila dipendenti pubblici ingrossando così le fila della già mastodontica macchina amministrativa ellenica, con ovvie ricadute in termini sprechi e passivi di bilancio.