“I racconti su Indro Montanelli inviati dai lettori” sono veramente interessanti. Sembra proprio che svariate generazioni di italiani – compresi i più giovani e certamente i lettori del Fatto – stravedano per il Maestro. Non uno che ricordi o valorizzi qualche difetto del Più Grande Giornalista Italiano, vero eroe della coerenza, della democrazia e della libertà di stampa.

Basta leggere qualche titolo. “Mio padre comunista, lo temeva e ammirava“. Era “un conservatore illuminato“, “incapace di abbassare la testa“. “Lo chiamavo fascista, poi diventai adulto“. “I miei vent’anni, l’odio e poi la scoperta“. Addirittura “piansi per quel maestro mai conosciuto“. Un uomo e un giornalista sempre “in direzione ostinata e contraria“. Un po’ come Padre Pio, “non ci ha dimenticati, continua a parlare“. “Un giornalista, sì. Ma il Migliore“. “Io sedicenne lo penso ancora vivo“. Del resto, “scriveva quello che pensava. E non è facile“. Di certo, “oggi scriverebbe sul Fatto Quotidiano“. “Ha formato il mio modo di pensare“. Insomma “era la grande cultura“…

Forse è utile, fra tanti elogi, ricordare anche un Montanelli, diciamo così, più problematico. Per esempio fu oggettivamente un voltagabbana: liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e in vecchiaia persino filo-pdiessino o giù di lì. Ma questo pare che per molti sia diventato un tratto virtuoso delle persone sveglie (“solo gli stupidi non cambiano mai opinione”).

Fu anche un pervicace retore dell’anti-italianismo, un convinto sostenitore della critica più cinica all’idealismo, alle utopie e ai valori della solidarietà e dell’eguaglianza. Ma anche l’idealismo, le utopie e i valori della solidarietà e dell’uguaglianza pare che siano passati di moda.

C’è un documento, però, che i suoi attuali estimatori vorranno certamente conoscere. Risale agli anni Cinquanta. Un documento che i montanelliani di destra, di centro o “di sinistra” – continua a sembrarmi strano, ma pare che ve ne siano – si guardano bene oggi dal ricordare e, potendo, dal consentire che qualcuno possa ricordarlo.  E che comunque io voglio e ritengo utile ricordare in questo mio blog.

L’illustre “conservatore illuminato” cercò di spingere nientemeno che al colpo di Stato l’ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, per la precisione un’ambasciatrice, Claire Booth Luce, già di suo fondamentalista dell’anti-comunismo: un golpe naturalmente contro lo Stato e la democrazia italiana.

“Se alle prossime elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza”, scriveva Montanelli alla Booth Luce, “Scelba cosa farebbe? Consegnerebbe il potere, e sarebbe la fine… Qualunque uomo di governo, oggi, anche non democristiano, si arrenderebbe per totale impossibilità di compiere un colpo di Stato… La polizia e l’esercito sono inquinati di comunismo. I carabinieri senza il Re, hanno perso di ogni mordente. E in tutto il paese non c’è una forza capace di appoggiare l’azione di un uomo risoluto. Noi dobbiamo creare questa forza. Non si può sbagliare guardando la storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. 
Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza, l’unità d’Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni. Questa minoranza esiste ancora e non è comunista”. Bisognava dargli un capo e presto. Chi? Ma il Maresciallo Messe. “E’ vecchio e non molto intelligente… Gli forniremmo noi le idee che egli non ha”. Il movimento è “destinato a entrare in azione (azione armata) solo il giorno in cui elettoralmente, la battaglia fosse definitivamente persa”. Montanelli si trovava “in questo dilemma: difendere la democrazia fino ad accettare, per essa, la morte dell’Italia; o difendere l’Italia fino ad accettare, o anche affrettare, la morte della democrazia? La mia scelta è fatta”.

Che ne è – nel ricordo dei montanelliani – del Montanelli che vedeva comunismo anche nella polizia e nell’esercito (polizia ed esercito degli anni Cinquanta in Italia), e che considerava troppo di sinistra anche De Gasperi e Scelba?

Non è forse utile ed onesto consentire ai giovani lettori di oggi di farsi un’idea documentata anche della visione montanelliana della storia d’Italia, che sarebbe stata scritta da bastonatori e del fatto che lui predicava e spingeva altri a fare la storia, di nuovo e sempre, con la violenza?

Del resto, proprio lui, il celebrato Principe dell’Anticonformismo – come certamente ritengono i montanelliani più convinti – sarebbe il primo a rifiutare un suo ricordo e una sua celebrazione enfatici, acritici e non documentati.