Oltre nove milioni di diciassettenni cinesi hanno finito il gaokao, gli esami di maturità. E come ogni anno sono due giorni di stress, fatica e di improbabili comportamenti con caratteristiche cinesi. Tutto per assicurasi quel punteggio che determinerà il loro futuro. Potranno accedere all’università? Se sì, dove? E a quante migliaia di chilometri da casa?

Come ogni anno si sprecano le polemiche: che sistema scolastico è quello che punta tutto su due giorni di esameChe senso ha imparare a memoria se non è concesso di ragionare con la propria testaQual è il punto di una preparazione così intensa per un singolo esame?

Ma quest’anno le critiche sono passate dal web alla tv. In un coraggioso editoriale di dodici minuti, Zhong Shan della Hunan Television grida tutte le assurdità e le diseguaglianze create dal sistema scolastico cinese. E il web lo premia. Il suo video su Youku – lo youtube cinese – è stato visto oltre 48milioni di volte.

Prima di tutto elenca le notizie, tra lo “strano ma vero” e l’agghiacciante che hanno invaso negli ultimi giorni le prime pagine dei quotidiani locali: genitori che avvelenano uno stagno per evitare che il gracidare delle ranocchie infastidisca i figli maturandi; vicini a cui si chiede di non tirare la catena per non disturbare la concentrazione degli studenti; una figlia in lacrime che lascia sulla strada la madre vittima di un incidente stradale per non far tardi agli esami, solo per citarne alcune.

Il commentatore televisivo denuncia poi che la pressione per il gaokao è nociva agli individui e alla società.

Ma il punto vero del suo j’accuse è sulle false promesse egualitaristiche del sistema del gaokao. L’esempio più lampante? Gli studenti di Shanghai hanno 274 probabilità in più di entrare alla rinomata Fudan University rispetto ai poveri studenti della regione dello Shandong.

Al limite questi ultimi, esclusi dal sistema scolastico superiore, forniranno manodopera a basso costo per i cantieri edilizi della metropoli. “Il gaokao può cambiare il tuo destino” – conclude Zhong – “Ma tragicamente.”