Articolo 319 ter del codice penale. Corruzione in atti giudiziari. Accusa che ricorre raramente in una richiesta di rinvio a giudizio, quella rivolta dal pm di Roma Assunta Cocomello a una giudice onorario di Napoli in servizio presso il Tribunale di Avellino, che si è spogliata della toga in seguito all’inchiesta. In pratica, una storia di (presunte) sentenze vendute e di un magistrato secondo gli inquirenti a libro paga di uno studio legale. Complici della sistematica depredazione a colpa di pignoramenti cumulativi, delle disastrate Asl campane dal debito a livelli di record. In particolare, quella di Nocera Inferiore (Salerno).

E cosa c’entri il Tribunale di Avellino con l’azienda sanitaria di un’altra provincia, quella salernitana, è lo spunto della denuncia dell’ex manager dell’Asl salernitana, Giovanni Russo. Due pagine rivelatesi determinanti per l’inchiesta giudiziaria della Procura di Roma (competente per i reati delle toghe napoletane) e per spiegare perché, il 9 dicembre del 2008, la collaboratrice di un avvocato di Nocera Inferiore consegnò al giudice, a margine di un’udienza, una raffinata busta di un negozio di gioielleria con dentro un elegante pacchetto contenente un prezioso orologio da donna e una busta un po’ più piccola, ma gonfia di 4000 euro in biglietti da 50. Il 22 giugno a Piazzale Clodio inizia l’udienza preliminare con tre imputati: la (ormai ex) giudice onorario L. C., l’avvocatessa M. G. e il titolare dello studio legale, C. E.

Ma andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio. E precisamente dal 1 dicembre 2008, quando il dirigente dell’Asl di Salerno deposita un esposto alla Procura di Avellino. Fa presente che farmacisti e fornitori presentano al Tribunale di Avellino centinaia di pignoramenti presso terzi in base ai decreti ingiuntivi emessi dai Tribunali di Salerno e Nocera Inferiore. Sottolinea che l’Asl eccepisce puntualmente l’incompetenza del Tribunale di Avellino rispetto a quello di Nocera (sede dell’Asl) o di Napoli (sede legale del Tesoriere Banca della Campania). Ma nonostante quattro ordinanze collegiali della Seconda Sezione Civile che stabiliscono definitivamente l’incompetenza di Avellino, il manager segnala che due giudici in servizio qui, in barba alle ordinanze collegiali, continuano a sentenziare assegnazioni di somme. Uno di questi giudici è la dottoressa L. C.

L’esposto inoltre fa il nome di due avvocati che chiedono l’estensione del pignoramento, per decine di milioni di euro, solo nelle procedure pendenti presso questi due giudici. Uno di questi avvocati è C. E. L’estensione del pignoramento è una pratica devastante per le casse dell’Asl. Perché ne fa lievitare le uscite in maniera consistente alla voce ‘spese per onorari’. Fino a raddoppiare il costo del debito. E stiamo parlando di pignoramenti per decine di milioni di euro, che mettono in seria difficoltà la tesoreria, al punto che nel mese di agosto 2008 “si è rischiato di non poter pagare nemmeno gli stipendi ai circa 4000 dipendenti dell’Asl Salerno 1…”.

Russo infine scova un paio di chicche. La prima è un’ordinanza della dottoressa L. C. favorevole all’avvocato C. E. emessa nel giorno stesso in cui scadevano i termini per le parti al deposito di note. “L’aveva già scritta prima” insinua il manager. La seconda è un’udienza del 25 novembre 2008. La Got aderisce all’astensione proclamata dai magistrati onorari e rinvia tutti i fascicoli a febbraio. Tranne quello dell’avvocato C. E., una procedura esecutiva di 8 milioni e mezzo di euro. Rinviata al 2 dicembre, appena sette giorni dopo. Il 9 dicembre la Got viene avvicinata da una legale dello studio di C. E. che entra nel suo studio, al termine di un’udienza, e le infila la busta di una gioielleria in borsa dicendole: “Guarda che te le manda il mio capo”.

La giudice si accorge del contenuto – 4000 euro e un orologio di lusso – solo in auto, guidata dallo zio, mentre i due stanno uscendo dal parcheggio. E’ lo zio che blocca gli oggetti, mentre la giudice chiede spiegazioni all’avvocato, appena intravista pochi metri più in la: “Ma cosa avete fatto?”. “Se vuoi – la risposta – ridammi gli oggetti o buttali via”. Poche ore dopo depositerà una denuncia dichiarandosi vittima di un tentativo di corruzione da lei respinto. Gli inquirenti mettono in connessione l’accaduto e la denuncia del manager Asl, fanno due più due e non le credono: quel ‘regalo’, secondo loro, era il prezzo delle sentenze favorevoli allo studio legale del ‘donatore’. E la denuncia solo il tentativo di salvarsi in extremis da una scabrosa situazione, dopo che occhi estranei – lo zio – avevano visto cose che non dovevano vedere.