Essendo nato troppo tardi per vedere quelle naziste, le uniche distruzioni di monumenti pianificate e messe in atto dall’autorità costituita a cui abbia potuto assistere nella mia vita sono quelle dei Budda di Bamyian, fatti saltare dai Talebani il 12 marzo 2001. Almeno fino al campanile di Poggio Renatico fatto brillare in diretta tv, e a favore di cinque telecamere, il 4 giugno scorso. 

Naturalmente c’è una differenza: al furore integralista dei Talebani, da noi corrisponde un misto di ignoranza, superficialità e malintesa voglia di modernizzazione.

In verità, un certo integralismo si registra anche qua, ed è quello che ha opposto la conservazione del patrimonio storico e artistico alla salvezza delle vite: dobbiamo abbattere i campanili – si è detto – prima che possano rovinare sulle case. Ma le cose non stanno quasi mai così. Perché se è ovvio che una vita viene sempre prima di un monumento, ci sono tutti gli strumenti perché questi due valori non vengano messi in concorrenza.

Dopo il terremoto del 1996, le soprintendenze emiliane avevano potuto “adottare immediatamente le misure conservative necessarie” (così recita l’articolo 33 del Codice dei Beni culturali), mettendo in sicurezza gli edifici storici “con l’impiego di fasciature, incatenature, imperniature, incollaggi”, come ha ricordato l’ex direttore regionale dei beni culturali dell’Emilia Romagna, Elio Garzillo, che fu tra gli attori di quel salvataggio.

Se oggi, invece, non hanno potuto farlo è causa dell’onda lunga del sistema Bertolaso: la Protezione civile ha preso in mano la situazione “in deroga a ogni disposizione vigente” (così il decreto), esautorando di fatto gli organi della tutela e decidendo, in beata solitudine, dove la dinamite fosse più proficua delle fasciature. Come ha fatto notare Giovanni Lo Savio (ex magistrato di Cassazione e oggi presidente di Italia Nostra Modena), l’insofferenza verso le leggi, verso la tutela, verso la competenza segna ancora l’assai poco democratica Protezione civile post-berlusconiana.

D’altra parte, nonostante gli sforzi encomiabili di una parte significativa del personale delle soprintendenze per arginare il peggio, il ministero per i Beni culturali non ha a tutt’oggi stanziato un euro per l’emergenza. E se alla tragica assenza di finanziamenti per la manutenzione ordinaria (il cui abbandono è la vera causa della maggior parte dei crolli degli edifici storico-monumentali), si somma l’assenza di fondi per il post-sisma non si fatica a capire perché, di fatto, la Protezione civile abbia gioco facile a commissariare il Mibac.

Ma non è solo un problema di cannibalismo tra burocrazie: è anche un problema culturale. L’assessore all’Ambiente e alla protezione civile della provincia di Mantova (l’economista Alberto Grandi) vede nell’abbattimento dei monumenti pericolanti un’opportunità di sviluppo: “Si possono lanciare concorsi di idee per ricostruirli nuovi, e probabilmente più belli”. Sul Corriere, poi, l’architetto Luigi Prestinenza Puglisi ha sostenuto che il terremoto è un’ottima occasione per “emendare” l’architettura del passato.

Proprio nell’Emilia e nella Toscana colte e democratiche si registrano, in effetti, i sintomi di una voglia di ‘pulizia etnica’ che ci liberi da un passato del quale non riusciamo più a sentire il valore morale e civile.

Nel duomo di Arezzo, per esempio, in occasione della visita del papa il vescovo ha fatto rimuovere per sempre il coro disegnato da Giorgio Vasari nel 1554. L’espulsione del monumento vasariano rappresenta uno dei casi più gravi della vasta aggressione al patrimonio storico-artistico perpetrato dal clero cattolico (nella colpevole inerzia delle soprintendenze): solo apparentemente in nome dell’adeguamento liturgico alle norme postconciliari, ma in realtà in insospettabile sintonia con il marketing dell’arte contemporanea.

Distruggiamo pure i campanili, svuotiamo le cattedrali: quale Italia lasceremo alle generazioni future?

Alle 9.47 del 14 luglio del 1902, il campanile di San Marco a Venezia rovinò al suolo, lasciando un cumulo di macerie alto venti metri. Poche ore dopo, il ministro della Pubblica Istruzione Nunzio Nasi (che era allora responsabile per le Belle Arti) partì per Venezia. La sera stessa, il Consiglio comunale di Venezia stabilì la ricostruzione del monumento «dov’era e com’era». Oggi dobbiamo constatare che il ministro Ornaghi non è ancora stato a L’Aquila, e che sui maggiori quotidiani del Paese si sostiene l’idea di completare con la dinamite quel che il terremoto non è riuscito a fare: ma cosa penseremmo se nel 1902 il campanile di San Marco fosse stato rimpiazzato da una struttura ‘moderna’, o se il suo spazio fosse stato destinato ad ‘attività produttive’, come si vorrebbe oggi?

A Kabul, all’ingresso del martoriato museo del paese dei Budda di Bamyan, un cartello artigianale ricorda che: “A nation stays alive, when its culture stays alive”. Per noi, invece, tra gli indici della vita del Paese, la cultura e la civiltà non figurano affatto.

Il Fatto Quotidiano, 21 Giugno 2012