manifestazione acqua pubblica romaRoma vive in difesa dell’acqua e dei servizi pubblici locali un interessante e innovativo esperimento di mobilitazione e partecipazione: il Coordinamento romano acqua pubblica, insieme ad una grossa coalizione di associazioni, comitati, forze politiche e sindacali, centri sociali, uniti in un unico “fronte” che, sotto la sigla “Roma non si vende”, ha raccolto più di cento adesioni.

Sebbene spirino, all’interno di questo “cartello democratico”, venti di mobilitazione in direzione di una ripubblicizzazione di tutti i servizi pubblici essenziali che, in quanto tali, si ritiene doveroso sottrarre alle logiche del mercato e di una falsa concorrenza (se affidi la gestione dei servizi tramite gara d’appalto, ci sarà concorrenza prima dell’affidamento ma, una volta aggiudicato l’appalto, dove finisce quella “sana” concorrenza tra rivali che dovrebbe spingere verso il basso i prezzi a vantaggio degli utenti?) nonché alla gestione in S.p.A. pubblica o privata, in assenza di conclusioni condivise, per adesso, il discorso può essere così riassunto: Roma non si vende … a partire dall’acqua.

Su questo punto, infatti, dopo i referendum, il ragionamento sulle forme di proprietà e gestione appare avanzato e, cosa più importante, ampiamente condiviso non solo dai movimenti ma dalla società, dai milioni di italiani che per l’acqua pubblica hanno votato: si tratta del superamento della dicotomia pubblico/privato nella direzione di quei “beni comuni”, nuova bandiera dei movimenti ma anche argomento di discussione di quei giuristi e intellettuali che si sforzano di far coincidere le leggi scritte ad un’idea di giustizia reale che – in quanto espressione di una società in continua evoluzione – non può che essere dinamica; bloccarla in schemi rigidi, dunque, appare come lo sforzo di chi in tali schemi vede la tutela dei propri interessi e poteri.

Solo per citare uno dei più noti giuristi che si sono dedicati al tema, si vedano i lavori della Commissione Rodotà che ha elaborato una nuova classificazione dei beni suddivisi in privati, pubblici e comuni. Si legga, ancora, il premio Nobel Elinor Ostrom che ad una forma alternativa di gestione dei beni comuni e al sistema sociale ad essa sottostante ha dedicato il suo libro, Governing the Commons. Infine, si dia uno sguardo ad alcuni sistemi costituzionali dell’America latina, quello ecuadoregno ad esempio, dove più articoli sono dedicati all’acqua e in cui si delinea un nuovo soggetto giuridico collettivo: il “comunitario”.

L’acqua, secondo la Costituzione dell’Ecuador, va gestita attraverso forme di coordinamento e cooperazione tra il «Pubblico e il Comunitario». Ecco cosa si intende per superamento della dicotomia pubblico/privato: l’idea che nelle decisioni riguardanti alcuni beni – e l’acqua è sicuramente uno di questi – la proprietà e il regime di gestione pubblici non diano più garanzie sufficienti alla tutela di diritti collettivi, occorre, allora, restituire dignità alla volontà delle comunità e, in sostanza, alla volontà popolare di cui all’art. 1 della Costituzione, a forme di partecipazione e democrazia dirette.

Nulla di tutto questo sembra essere parte del bagaglio culturale della giunta Alemanno. “Roma non si vende” … a partire dall’acqua, allora, perché in Consiglio comunale, proprio su Acea, si stanno giocando in questi giorni le sorti di una vicenda che vede intrecciarsi il futuro della gestione dell’acqua capitolina e il bilancio di Roma, a testimonianza del fatto che quando una S.p.A., anche se controllata dal Comune come Acea, gestisce un bene essenziale, è difficile slegare la tutela di un diritto fondamentale – a meno che tra i miei lettori non ci sia qualcuno che non considera tale l’accesso all’acqua – da vicende legate a interessi economici e finanziari, nonché alle esigenze di bilancio: così Acea finisce al centro di un progetto di grande holding di gestione dei servizi della capitale e delle difficoltà economiche del comune di Roma.

È in discussione, infatti, la “delibera 32” che, se approvata, determinerebbe la vendita di un ulteriore 21% delle quote pubbliche di Acea, nonostante tra i 26 milioni di voti per l’acqua pubblica ci fossero ben 1.200.000 cittadini romani. Insomma, vendere i “gioielli di famiglia” per ripianare i buchi di bilancio e per scaricare sui privati i costi – ma anche i guadagni, è evidente – di un servizio pubblico essenziale. Si può ragionare così su un bene come l’acqua? Non ci si sente, in quanto cittadini, derubati di qualcosa che ci appartiene? Non è responsabilità dello Stato garantire alcuni diritti fondamentali? E uno Stato che vende la gestione dell’acqua ai privati e la cede a chi ha esigenza di trarre profitto nella gestione delle proprie attività economiche non sta venendo meno ad una sua responsabilità nei confronti di tutti i cittadini?

Il mio parere al riguardo è di parte, non ho mai cercato di nasconderlo, ognuno però rifletta e cerchi di dare una risposta.

A tutti quelli che rispondono come me segnalo che per impedire l’approvazione di questa delibera, il corteo cittadino indetto da “Roma non si vende” il 5 maggio scorso aveva già visto scendere in piazza 10.000 persone. Domani, 21 giugno, ore 16:00, il Coordinamento romano acqua pubblica insieme a tutte le forze unite nella sigla “Roma non si vende”, ha lanciato una nuova mobilitazione. L’appuntamento è fissato al Campidoglio con la probabile partecipazione di Elio Germano che dal palco del Teatro Valle ha già rilanciato: «L’acqua deve da ritornà pubblica … Nun se passa Alemà. Nun se passa». Molto probabile, inoltre, che domattina, in aula Giulio Cesare, si voti anche il maxiemendamento con cui si cerca di abbreviare i tempi di approvazione della delibera 32 raggruppando i migliaia di emendamenti dell’opposizione e procedendo ad un’unica votazione. Per questo, chi volesse, potrebbe recarsi in Piazza del Campidoglio già in mattinata, dove alcuni attivisti, come nei giorni precedenti, attueranno una sorta di presidio per il controllo democratico sulle attività della giunta comunale.