Non sarà presente al giorno atteso da quasi sette anni. Da quel 25 settembre 2005, quando suo figlio morì ad appena 18 anni, in via Ippodromo a Ferrara, dopo una colluttazione con quattro poliziotti. Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, attenderà al telefono le notizie che arriveranno da Roma. Qui, giovedì 21 giugno, la Corte di Cassazione emetterà la sentenza decisiva del processo per omicidio colposo che ha visto i quattro agenti (Luca Pollastri, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Monica Segatto) condannati nei primi due gradi di giudizio – la sentenza d’appello è del 10 giugno del 2011 – a tre anni e mezzo (ridotti a sei mesi con l’indulto).

Patrizia Moretti rimarrà a Ferrara a causa dei postumi di un piccolo intervento chirurgico. Dopo il risarcimento offerto dal Ministero dell’Interno e dopo le scuse private del capo della Polizia Antonio Manganelli ha ritirato la sua costituzione di parte civile, così come hanno fatto il marito Lino e il figlio minore Stefano. Loro saranno fuori dall’aula ad attendere il verdetto degli ermellini. Ci saranno anche Lucia Uva e Ilaria Cucchi, presenti anche durante la sentenza di appello. “Tutta la famiglia reale e quella acquisita in questi anni”, come la definisce la madre di Federico, che dal corridoio dell’ospedale lancia un simbolico appello: “chiedo a tutte le persone che ci sono state vicine in questi anni di essere lì con la mente e di tenere per mano Federico”. Sarà presente, non solo in modo simbolico, anche Amnesty, che nel Rapporto 2012 cita il caso Aldrovandi (insieme a quelli di Aldo Bianzino e Stefano Cucchi) a proposito della mancata ratifica da parte dell’Italia del Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura e altri maltrattamenti.

La stessa Moretti, insieme al suo avvocato, Fabio Anselmo, a Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferulli, Patrizia Moretti, Luciano Isidro Diaz, è tra i primi firmatari della petizione per chiedere al Governo e al parlamento l’introduzione del reato di tortura nel codice penale.

Dall’altra parte ci saranno i quattro poliziotti che, se condannati con sentenza passata in giudicato, potrebbero essere oggetto di provvedimenti disciplinari. Sull’esito dell’udienza però preferisce non avanzare pronostici Gabriele Bordoni, avvocato della difesa (insieme ai colleghi Michela Vecchi, Giovanni Trombini e Piersilvio Cipolotti), limitandosi a dire che “io ho sempre ceduto in quello che abbiamo sostenuto fin dall’inizio; se così non fosse non avrei sostenuto le mie tesi difensive sapendo che dall’altra parte c’era la morte di un ragazzo”. Tesi che vogliono l’intervento dei poliziotti legittimo e che “abbiamo già cercato di dimostrare nei primi due processi, sempre nel rispetto della memoria di Federico e della sua famiglia, rispetto che ovviamente è rimasto inalterato. Su questo presupposto mi avvicino serenamente al verdetto della Cassazione”.